Basilica di S. Pietro
L’architettura della chiesa costantiniana si conservò inalterata, fino al Rinascimento. L’Alfarano, nella seconda metà del 1500, ce ne lasciò una serie di piante in base ad una raccolta d’appunti ereditati da Giacomo Hercolano, altarista dell'altare maggiore di S. Pietro. Elaborando tali appunti, ed aggiornandoli nel corso dei lavori cui assistette personalmente, egli scrisse l'opera che ora giace in più copie manoscritte nella Biblioteca vaticana. Ad essa attinsero nel 1600 e 1700 molti studiosi, fra i quali il Fontana, che scrisse l‘opera: Templum Vaticanum et ipsius origo (Roma 1694). La pianta della chiesa era quella delle basiliche civili romane a tre od a cinque navi, sostenute da colonne, con un’abside a semicerchio (tribuna) a coronamento della navata centrale. L’abside col tribunale, o cattedra del Pretore ed i seggi dei giudici, era divisa dal pubblico da una transenna (balaustrata nelle chiese). L’Alfarano dimostrò per primo che il luogo in cui sorgeva la chiesa era quello della crocifissione di Pietro e suggerì la seguente lettura antropomorfica della basilica: il capo sarebbe simboleggiato dalla tribuna, le braccia dalla nave traversa, il tronco da quella di mezzo, il piede dai gradini d’accesso al quadriportico. La nave traversa era larga 78 palmi (Circa m. 17,50); lunga (da mezzodì a tramontana) palmi 390 (m. 87,46); alta palmi 170 (m. 38,08). La lunghezza, dall'ingresso all’incontro della nave traversa (da levante a ponente) era di palmi 406 (m. 90,94); la larghezza totale (fra muro e muro) di palmi 285 (m. 63,84); l'altezza della nave di mezzo di palmi 175 (metri 39,20). Dalle porte d'accesso all'incontro della curva interna dell'abside la lunghezza totale era di palmi 528 (pari a m. 118,27 circa). Le cinque navi, erano costituite da quattro file di ventidue colonne ciascuna, per un totale di 88. Inoltre vi erano due colonne per parte nelle due cappelle sporgenti fuori dei muri laterali della basilica. All'incontro della nave di mezzo con quella traversa corrispondeva l'arco trionfale. Sulla facciata erano aperte cinque porte, di cui tre in corrispondenza alla nave di mezzo, e due alle navate laterali. Nell'anno del giubileo 1300 fu aperta una sesta porta in corrispondenza all’estrema navata laterale che corrispondeva al Vaticano. Il catino dell’abside era decorato a mosaico ed era diviso in due ordini. Nella parte superiore vi era rappresentato Cristo in trono, fiancheggiato dai SS. Apostoli Pietro e Paolo. Sotto, a fascia, v’era nel mezzo la figura dell’Agnello davanti alla Croce, con Innocenzo III (1198) da una parte e Costantino dall’altra, e poi sei pecore per lato (alternate da palme) che rappresentavano gli Apostoli. Negli appunti dell’Alfarano si ricorda il restauro di Giotto, sotto Benedetto XII (1334-1342) e si ricorda che al tempo di Clemente VII (1523-1534), mentre egli diceva messa all'altare pontificale, si staccò un pezzo di mosaico. Allora si fissarono i pezzi che minacciavano di cadere con chiodi di rame con testa fatta a stella dorata. L’arco trionfale, era pure esso decorato a mosaico e rappresentava Costantino, che offriva al Salvatore ed a S. Pietro il modello della basilica. Le pareti erano ornate di pitture Bibliche e dei ritratti di tutti i Pontefici da S. Pietro fino a Nicolò III (1277-1281). Il Papa Costantino (708- 715) vi aveva fatto rappresentare anche i sei primi Concili generali. Il pavimento subì molti restauri, conseguenti al logorio dovuto all’immensa quantità di fedeli che visitavano la basilica. Come scriveva l’Alfarano, il pavimento era frammentario con bei marmi rotondi, quadrati e di varie forme e colori dal bianco al porpora. Una grande pietra rotonda di porfido, detta rota porphyretica sulla quale s’inginocchiavano imperatori e re, fu conservata nei magazzini della fabbrica durante i lavori. La stessa fu poi fatta restaurare e porre nel pavimento dell’odierna basilica da Innocenza XI (1644-1655), ove è ancora oggi, poco oltre l’ingresso dalla porta di mezzo. Per quanto riguarda la decorazione delle finestre, il Libro pontificalis accenna a "fenestras de vitro diversis coloribus decoravi". Si hanno poi documentazioni di lavori eseguiti al tempo di Nicolò V, per tutto il 1400 ed il principio del 1500. Cosimo de’Medici (il Vecchio) fece, per devozione, porre i vetri alle finestre della facciata con il suo stemma. Questi furono infranti da un uragano, e sostituiti da Paolo lll, che vi pose lo stemma farnesiano. Infine, pare che il tetto fosse coperto in parte di tegole di bronzo ed in parte di terracotta. Erano di bronzo quelle della nave trasversale e quelle della centrale, di terra cotta le altre laterali, e, fra queste tegole se ne sono trovate con timbri svariati da Teodorico (500) a Nicola V (1450). Il quadriportico era lungo palmi 285 (m. 60,84) da oriente ad occidente, e largo palmi 256 (m. 57,35 circa) da mezzodì a settentrione. Era costituito, come lo dice il nome, da un Portico che girava tutto attorno con 13 colonne in ognuno dei lati lunghi (da oriente ad occidente), 10 colonne nel lato della facciata, e 4 colonne nel lato opposto, ove corrispondevano le cancellate d'ingresso. Fu costruito, o semplicemente restaurato da Papa Semplicio (467-483) ; poi papa Simmaco (498-514) vi fece fare ricche decorazioni musive. Il porticato racchiudeva un cortile detto atrio, o paradiso, che nel Medio Evo ebbe un valore morale e religioso più che essere una semplice piazza davanti ad una chiesa. Quando giungevano i pellegrini nel Paradiso facevano preghiere di ringraziamento per il felice compimento del viaggio, e dopo le abluzioni sacre, scioglievano i voti prima di entrare nella basilica. Fu pavimentato riccamente da papa Dono, o Donno (676-678), ma Il pavimento dovette essere rinnovato nel sec. XII, e così durò fino a Paolo V. Nel mezzo vi era una fontana costituita dalla famosa pigna di bronzo coperta da una cupoletta sostenuta da colonne di marmo prezioso. La fontana, era completata da delfini e da pavoni di bronzo, opera voluta da papa Simmaco. Verso la basilica, presso alla fontana, poi vi era un pozzo dal quale si cavava acqua per le abluzioni dei pellegrini. Il portico subì varie trasformazioni specialmente nella parte decorativa; vi erano, sembra, negli antichi tempi, figure alternate con grandi palme, cosicché si disse il portico ad palmata ; poi succedettero figurazioni, scene bibliche, scene della storia cristiana. Sotto al portico e nel cortile o Paradiso, si radunava il popolo per ricevere l'elemosina, e si stabilirono rivenditori di immagini sacre. Sulla parete della facciata, fra porta e porta d'ingresso, erano numerosissime tombe di martiri e di papi. Nel mezzo dal lato che si considera, fra le colonne 5 e 6 era ricavata un' edicola costituita da cancellata di bronzo e racchiudente una statua di marmo di S. Pietro benedicente, ora nelle grotte. Nel lato orientale il portico faceva parte di un notevole aggregato di fabbricati che si elevavano sopra ai gradi e facevano facciata sulla platea dei monumento complesso. Sulla muraglia, o sulla parete che corrispondeva verso il Paradiso (parete verso ponente), era posto il grande mosaico della Navicella, fatto fare dal Cardinale Stefaneschi su cartoni di Giotto (1298). Si crede che abbia suggerito questa disposizione il fatto che molti pellegrini (specialmente quelli che venivano dall'Oriente) prima di entrare nella basilica si genuflettevano verso oriente, dove nasce il sole, e potevano avere così davanti agli occhi la scena del passaggio della sovranità religiosa da Cristo a S. Pietro, che si preparavano a visitare e ad adorare nella sua basilica. Fuori dal vestibolo, dalla parte dei Paradiso, era posta un'edicola con molte preziose, reliquie e presso ad essa era il sepolcro dell'imperatore Ottone II, ora nelle grotte. Il vestibolo sboccava sui gradi, e viceversa dai gradi si accedeva al Paradiso per mezzo di tre grandi porte, che avevano sulla facciata ricche colonne. A destra dell'ingresso, guardando la facciata. era la torre campanaria o campanile attribuito a parecchi papi. La prima notizia di campane che chiamavano il popolo ed il clero agli uffizi divini è del tempo di Stefano II (752- 757). Il campanile terminava con una guglia, che portava una palla dorata con sopra un gallo. Sotto Pio V (1566-1572) un fulmine distrusse la guglia e al suo posto fu posta una calotta sferica, dal che si può avere indizio per datare una rappresentazione di S. Pietro vecchio prima o dopo Pio V. In fine, a sinistra dell'ingresso, era la cappella a S. Maria in Turris, che poi fu convertita in sala per riunione di ecclesiastici in occasione di grandi solennità, ed allora a S. M. in Turris fu dedicato un altare elevato sotto all'atrio d'accesso al quadriportico. I fabbricati che chiudevano il lato di levante del Paradiso, erano adibiti a funzioni ed a funzionari della basilica. Questi fabbricati avevano facciate più o meno decorate, rivolte verso la platea o piazza di S. Pietro le quali subirono variazioni grandi nel correre dei secoli. Ai piedi della facciata si stendeva un ripiano che era largo quanto lo era, all'incirca, il Paradiso, ed era lungo, da oriente a ponente, 76 palmi (m. 17,22 circa), al quale, dalla platea, si accedeva per 35 gradi, divisi in 5 ripiani. Lateralmente la gradinata era limitata da due muretti o da due balaustrate; ed all'origine, sulla Piazza, v'erano due sfingi di granito, che poi furono sostituite dalle statue dei SS. Pietro e Paolo, probabilmente da Paolo Il (1464.7), ed attribuite a Mino da Fiesole dal Bonanni e dal Torrigio, o ad un Mino del Reame dal VASARI. Al presente sono all'ingresso della Sagrestia di S. Pietro nuovo.