Giulio II (1503-1513)
Alla morte di Pio III, il collegio dei cardinali, in poche ore elesse papa il cardinale Giuliano della Rovere. Giulio II che era persona di gran prestigio, due giorni dopo la morte di Pio III riunì in un preconclave in Vaticano i cardinali spagnoli e Cesare Borgia, garantendosi il loro appoggio. Nello stesso tempo riuscì ad ottenere in separata sede adesioni dall’altro gruppo di cardinali, dietro promessa di relativi compensi. In definitiva il cardinale della Rovere fu eletto con il voto quasi unanime del conclave che confluì su di lui fin dal primo scrutinio. Giuliano della Rovere era nato ad Albisola, presso Savona, nel 1443; francescano, era stato elevato giovanissimo alla porpora cardinalizia dallo zio Sisto IV con il titolo di S. Pietro in Vincoli, mettendo in mostra fin da allora la sua abilità militare. Aveva sgominato una rivolta in Umbria e assoggettato il tiranno di Città di Castello, Niccolò Vitelli. Sotto Innocenzo VIII, che doveva a lui la sua elezione simoniaca, si era messo ancora in mostra respingendo l'assalto portato fin sotto Roma dagli Aragonesi nel 1486. Quando fu eletto papa, nonostante i suoi sessant'anni, era ancora di temperamento forte e di straordinaria forza fisica e di natura irruenta e dominatrice. Durante il cardinalato aveva messo in mostra doti di politico e militare, non certo d’uomo religioso; questo dicevano i suoi intrighi simoniaci e anche la condotta libertina, visto che era padre di tre figlie. Da papa avrebbe però messo alle spalle queste avventure di piacere e sarebbe rimasto esente in genere dal nepotismo. Quando fu incoronato papa col nome di Giulio II, il 26 novembre 1503, lo Stato pontificio si trovava in completo dissolvimento; l'opera di consolidamento avviata da Pio II era naufragata sotto lo strapotere dei Borgia. In Giulio II papa-guerriero, «La cristianità trova una sua età dell'oro», come ha osservato Paolo Prodi, perché «la restaurazione della Chiesa passa attraverso l'azione politica». In pratica la Riforma poteva anche aspettare e dovere prioritario del papa-re, come osserverà il cardinale Bellarmino, era quello di conservare il potere anche ricorrendo se necessario alla guerra. Venezia, approfittando dello stato di rivolta esistente in Romagna contro Cesare Borgia, aveva occupato Faenza e Rimini. Giulio II in un primo momento si limitò a lanciare contro la potente città lagunare semplici ammonimenti a titolo di rivendicazione. Riassoggettate poi Perugia e Bologna, liberate rispettivamente dalle signorie dei Baglioni e del Bentivoglio, si fece sentire con maggiore forza. Non riuscendo ad ottenere il riconoscimento dei suoi diritti con pacifiche trattative, il papa, si fece promotore di quella lega internazionale stipulata a Cambrai nel 1508, alla quale aderirono l’imperatore Massimiliano, Luigi XII, il re di Spagna e il duca di Ferrara. Venezia, gravemente battuta ad Agnadello l'anno successivo, restituì immediatamente al papa le città della Romagna e arrivò ad una pace che costituiva di per sé la premessa ad un'alleanza. Giulio II, infatti, non poteva ignorare l’importanza che la repubblica veneta aveva come baluardo difensivo contro il pericolo turco. Nello stesso tempo era convinto che condizione fondamentale per assicurare allo Stato pontificio un’effettiva autonomia fosse di scacciare la dominazione francese dall’Italia. Gli eventi però che portarono a cacciare i Francesi, ebbero per conseguenza la loro sostituzione con altri stranieri, gli Spagnoli. Luigi XII oppose alla Santa Lega promossa da Giulio II, un'alleanza con Firenze, il marchese di Mantova e il duca di Ferrara, il terzo marito di Lucrezia Borgia, ma soprattutto convocò un concilio a Pisa nel settembre 1511, con nove cardinali dissidenti. Il re di Francia mirava a creare lo scisma e in sostanza a deporre Giulio II; l'imperatore Massimiliano, irritato con il papa per il cambiamento dell'indirizzo politico, sembrava appoggiarlo proseguendo la guerra contro Venezia. Giulio II rispose con la convocazione di un concilio ecumenico a Roma per il 19 aprile 1512, dichiarando nullo quello di Pisa. Il concilio scismatico si trasferì prima a Milano, dove giunse a decretare la sospensione del papa dalle sue funzioni, quindi ad Asti e infine a Lione, dove si sciolse. I porporati avrebbero finito per chiedere perdono al nuovo papa Leone X ed essere reintegrati nelle loro dignità. La Lega Santa era intanto sconfitta a Ravenna l’11 aprile 1512 dal grande Gastone de Foix. La morte del condottiero francese e l’apertura del concilio in Laterano, il XVIII ecumenico, il 3 maggio coincisero con un improvviso precipitare degli eventi in favore del papa. L'imperatore si decise a riconoscere il concilio aperto a Roma e abbandonò Luigi XII; nel giugno Giulio II otteneva Modena, Reggio, Parma e Piacenza, tolte al duca di Ferrara. Alla luce di questi avvenimenti, il concilio ecumenico Lateranense V, fu l’ultima occasione che Roma ebbe per evitare la spaccatura che di lì a breve tempo si sarebbe avuta in seno al mondo cristiano occidentale con Lutero. Fu un’altra prova che Giulio II, con le sue guerre, aveva proprio dimenticato le funzioni precipue di un papa, che dovevano ispirare pace e amore tra gli uomini e riconciliarli in una salda unità nella fede in Dio. L’altro aspetto che caratterizzò il pontificato di Giulio II, fu il notevole impulso dato al mecenatismo, con lo scopo di abbellire Roma in un preciso piano urbanistico. Questo ebbe inizio con l’apertura della splendida Via Giulia, la prima strada nella città tracciata ad andamento rettilineo. Tre artisti del Rinascimento lasciarono un’impronta incancellabile della loro genialità: Bramante, Raffaello e Michelangelo. Bramante, che progettò il grandioso piano di ricostruzione del Vaticano. Raffaello, con gli affreschi delle sale del palazzo di Niccolò V, quelle Stanze che da lui presero nome. Michelangelo, con le eccezionali opere nella cappella Sistina e il monumento funebre per il papa, da lui stesso commissionato. Questo mausoleo, che originariamente si trovava in S. Pietro, fu trasportato nella chiesa dei della Rovere, in S. Maria del Popolo, ed infine in quella titolare del pontefice, S. Pietro in Vincoli. Il monumento fu completato dopo la morte del papa, avvenuta il 22 febbraio 1513, e fu di proporzioni più modeste rispetto al progetto originario. Dopo Niccolò V solo Paolo II (1464-1471) si preoccupò di continuare il progetto della fabbrica di S. Pietro, ma si riuscì ad elevare le fondamenta non oltre l’altezza di 1,75 metri. Condivi, narrò che Michelangelo pensava di portare a compimento il progetto di Niccolò V per ricavare in tal modo lo spazio ove inserire la tomba di Giulio II. "Era la forma della chiesa allora a modo d’una croce, in capo alla quale papa Nicola V aveva cominciato a tirar su la tribuna di nuovo, e già era venuta sopra terra, quando morì, all’altezza di tre braccia. Parve a Michelangelo che tal luogo fosse molto a proposito, e tornato al papa gli espose il suo parere, aggiungendo che, se così paresse a Sua Santità, era necessario tirar su la fabbrica e coprirla". Giulio II si mostrò favorevole al progetto michelangiolesco atto a trasformare San Pietro in una chiesa della famiglia Rovere, designando ufficialmente la cappella Iulia del coro, come luogo della propria sepoltura.