All’interno del Foro Romano, vicino alla Regia e all’arco del Divo Augusto, al centro di un’area lastricata in travertino, sorge il Tempio di Vesta. Il tempio era formato da una cella circolare circondata da una peristasi esterna. Il Tempio di Vesta, deve la forma circolare alla sua origine, la costruzione originaria, infatti, si presume derivasse da quella di una capanna di legno e vimini. La forma pervenutaci deriva dal restauro successivo all’incendio del 191 a.C. , restauro curato da Giulia Domna, moglie dell’imperatore Settimio Severo. La cella che si apriva verso oriente, misurava 15 m di diametro, e si apriva su una gradinata d’accesso. La cella era circondata da una peristasi di venti colonne corinzie collocate su alte basi inglobate nel podio in corrispondenza d’altrettante semicolonne inserite nella parete esterna della cella. La copertura era a tetto conico con apertura centrale per consentire l’uscita del fumo del fuoco sacro che bruciava perennemente all’interno vegliato dalle Vestali. Il restauro del Tempio di Vesta, testimonia l’opera di restauro e di recupero attuata nel comprensorio del Palatino e del Foro Romano da Alfonso Bartoli, illustre archeologo che vi operò negli anni 1931-37. L’illustre studioso condusse un’opera di consolidamento e restauro nel complesso della Domus Augustana, coadiuvato da Luigi Crema, del quale si ricorda anche la liberazione delle Terme di Diocleziano, e l’integrale restauro della Curia Senatus. Lo scopo del Bartoli era quello di rendere il rudere più leggibile al grande pubblico e non solo alla cerchia ristretta degli studiosi. Il restauro del Tempio di Vesta, è un tentativo dell’archeologo di comunicare le sue conoscenze al grande pubblico.