Il 26 marzo 1472 (pochi mesi dopo l'elezione a papa avvenuta i1 9 agosto 1471) Sisto IV con la bolla “ Salvator Noster “ confermava le disposizioni del predecessore Paolo II relative alla scadenza venticinquennale del giubileo. L'episodio mostra l'importanza che il Della Rovere fin dall'inizio attribuì a tale ricorrenza. Il 29 agosto poi, nella bolla” Quaemadmodum operosi “, stabiliva la sospensione, durante il periodo giubilare, di tutte le indulgenze plenarie fuori di Roma: il provvedimento, confermato dai successori, veniva così a rappresentare la volontà del papa di veder convergere su Roma nuova Gerusalemme e prefigurazione della Gerusalemme celeste, tutto il mondo cattolico.
Si preparava dunque lentamente e con efficacia programmatica l'attesa dell'arrivo di migliaia di pellegrini. Soprattutto, Roma, «quae caput est orbis propter beati Petri cathedram inter omnes alias obtinet principatum» (E. Muntz 1878-1882), aveva bisogno di un atto di rifondazione che facesse maturare le valenze ideologiche, religiose ma anche strutturali da secoli sopite.
I131 dicembre, 1474 il camerlengo Latino Orsini diede speciale mandato a Nicolò da Bologna affinché curasse “ omnes vie publice circa ipsam urbem, in quibuscumque provinciis esistentes “. Le strade nei pressi della città dovevano essere liberate da ladri e assassini (furono nominati ufficiali temporanei “ pro custodia itinerum “; dovevano inoltre essere larghe almeno sei canne romane (12 metri ) e ripulite dagli arbusti. Ai provvedimenti stradali furono affiancate le garanzie per il vitto e l'alloggio. In questo clima s’inserisce la costruzione di Ponte Sisto, l'unico costruito a Roma dai pontefici prima di Pio IX. Esso costituisce un caposaldo dell'attività Sistina; c'è, infatti, un'assoluta concordanza delle fonti nell'attestare l'importanza del manufatto sul luogo che, anche dopo la rovina del ponte Aureliano, era rimasto un punto d’attraversamento del fiume, come testimoniano i documenti e come prova la conformazione dei tessuti edilizi formatisi proprio nel periodo compreso fra il crollo del ponte imperiale e la costruzione di quello del papa Della Rovere. È ragionevole pensare, con il Platina, che l'opera sia stata voluta dal papa specialmente per facilitare il collegamento fra la città ed il Vaticano. Ma la ricostruzione del ponte, oltre a costituire un unicum della storia edilizia e urbana di Roma, testimonia anche del particolare momento culturale della città nella seconda metà del Quattrocento. In essa, ormai consolidata nel Campo Marzio, all'interno dell'ansa del Tevere, sono tracciati o ristrutturati gli assi che uniscono i grandi nodi amministrativi e religiosi. Fra questi collegamenti assumeranno una particolare importanza la via della Lungara e la via Giulia. All'epoca della ricostruzione di Ponte Sisto sopra i ruderi del precedente ponte romano, il tracciato e i resti ancora utilizzati della Ripa Veientana indicavano quella che sarebbe stata la prima delle due strade. Giulio II della Rovere (1503-1513) infatti, volendo collegarenell'ambito del suo programma urbanistico Trastevere ai Borghi, riconfermò il tracciato della strada antica che divenne la Via Giulia Settimiana. La costruzione della Via Giulia propriamente detta sulla riva sinistra del Tevere e quella di un nuovo ponte sulle fondazioni del Neroniano avrebbe dovuto chiudere il quadrilatero dei collegamenti di fronte all'Ospedale Santo Spirito in Sassia, completando così, in piena continuità, le opere e forse anche i programmi di Sisto IV. In ogni caso prima ancora che fossero realizzate le moderne vie della Lungara e Giulia, attraverso Ponte Sisto si viene a stabilire un doppio importantissimo collegamento fra il Vaticano e il centro di Roma. Il ponte favorisce ancora le relazioni della città con quella sua parte sorta sulla riva destra del Tevere. Finito il giubileo, quest’ultima funzione diviene preminente, come testimonia Sigismondo dei Conti il quale osserva che il nuovo ponte, per la sua favorevole posizione, trasforma rapidamente la regione di Trastevere, fino allora quasi “ deserta e sudicia “, in quartiere molto popolato dove anche famiglie eminenti, come i Riario, erigono le loro fabbriche.
La cerimonia della posa della prima pietra del nuovo ponte, che dal suo costruttore prese il nome di Ponte Sisto, è ricordato nel celebre affresco all'Ospedale di Santo Spirito. Avviene i1 24 aprile 1473, a breve distanza dalla lettera apostolica del 15 marzo che annunciava il compimento della nuova opera “ pro civium et peregrinorum commoditate “. Questa motivazione, ripresa da Bartolomeo Platina replicata nell’epigrafe dedicatoria inserita nel prospetto del ponte, è molto probabilmente legata al ricordo della grave sciagura accaduta sul ponte S. Angelo durante il giubileo del 1450, quando, a causa della ristrettezza della sede stradale, si ebbero moltissimi morti nella ressa seguita all'imbizzarrirsi di una mula.
Si può facilmente constatare che 1'opera Sistina è caratterizzata prevalentemente dalle quattro arcate impostate sui piloni e dall'occhio centrale, le cui circonferenze delimitano i vuoti dalle pietra squadrata delle pareti. La conformazione del ponte è completata dalla fascia di travertino, tangente agli archi in corrispondenza del concio di chiave, che corre da una testata all’atra così da proiettare all’esterno l’andamento della carreggiata.
Circa l’apparato decorativo, devono essere ricordati i magnifici stemmi Sistini, nascosti alla vista dalle ingombranti superfetazioni ottocentesche e in pessimo stato di conservazione.
Si tratta, nei quattro esemplari, di una variante dello scudo a testa di cavallo, fra le più diffuse nella Rinascenza. Insieme agli stemmi, devono essere rilevate le due bellissime lastre marmoree, ora sistemate nella testata del ponte su Piazza Vincenzo Pallotti.
La prima recita:
“ XYSTUS IIII PON MAX /
AD UTILITATEM PRO PEREGRINAEQUE MULTI/
TUDINIS AD IUBILEUM VENTURAE PONTEM/
HUNC QUEM MERITO RUPTUM VOCABANT A FUN/
DAMENTIS MAGNA CURA ET IMPENSA RESTI/
TUIT XYSTUM QUE SUO DE NOMINE APPELLARI/
VOLUIT “.
La seconda riporta la seguente scritta augurale:
“ MCCCCLXXV/
QUI TRANSIS XYSTI QUARTI BENEFICIO/
DEUM ROGA UT PONTIFICEM OPTIMUM MAXI/
MUM DIV NOBIS SALVET AC SOSPITET BENE/
VALE QUISQUIS ES UBI HAEC PRECATUS/
FUERIS “
Nessun pontefice aveva mai fatto così largo uso delle iscrizioni per siglare i propri interventi, disegnando un preciso programma d’esposizione grafica con finalità apertamente autocelebrative, Sisto IV si qualifica come “ Restaurator Urbis “ (J. Kajanto 1982; A. Petrucci 1984).
Nelle iscrizioni di ponte Sisto (1475), la forma delle lettere, la nuova impaginazione del testo all'interno della tabula epigrafica, i contenuti e lo stile letterario, perseguono la piena restituzione della scrittura esposta della Roma imperiale.
L'alfabeto romano, imitato dall'antico, è caratterizzato dalle forme rigorosamente geometriche, dall'alternanza fra tratti spessi e sottili, dall'uso di "grazie" ornamentali agli apici delle aste, dalla presenza della "M” con i tratti esterni verticali o solo leggermente obliqui e i tratti interni che toccano in basso il rigo di scrittura, dall'adozione della "P" con l'occhiello aperto, della "A"con una leggera "grazia" al vertice, del trattino orizzontale per indicare le rare abbreviazioni e dei segni d’interpunzione a triangolino e a freccia. Le epigrafi romane incise in lettere capitali presentano, nei migliori esempi, una nuova concezione dello specchio epigrafico: l'impaginazione a righe centrate con accurati margini permette di riconoscere l'operazione d’ordinatio. L'uso delle righe centrate, è funzionale ad evidenziare alcune parti del testo. Nella lapide destra del ponte Sisto, il primo rigo è occupato dall’intitulatio “ XYSTUS IIII PONT MAX “ con ampi margini ai lati e le lettere di modulo maggiore rispetto a quelle seguenti. Nell'ultimo rigo si pone l’accento la volontà " VOLUIT" del pontefice. L'iscrizione esprime in nome del papa lo scopo insieme civico e religioso, della ricostruzione, e insiste sull'impegno richiesto dall'opera, contrapponendo il vecchio nome del ponte (Rotto) a quello nuovo (Sisto) che per sua volontà era imposto alla nuova costruzione. La lapide di sinistra si apre con la datatio (1475), scolpita al centro e di modulo maggiore e, ammoniti i passeggeri a pregare per la salute di Sisto IV, rivolge loro un augurio (A. Campana 1977).
Guglielmo De Angelis d’Ossat ha da tempo riferitola costruzione del tempio ad un architetto d’ambiente toscano e, più recentemente, ha proposto il nome di Giuliano da Sangallo. L'opera Sistina fu aperta in occasione del giubileo del 1475, mentre erano ancora in corso i lavori nella parte superiore i quali hanno termine nel 1476 (secondo l'opinione di Gregorio da Lodi, essi sono definitivamente conclusi soltanto nel 1479). Il ponte è riparato varie volte, specialmente durante la seconda metà del Cinquecento. In particolare, nel 1598, sotto Clemente VIII si procede al rifacimento del lastricato e dei parapetti danneggiati dall'inondazione dello stesso anno. Nel 1823 sono demoliti alcuni edifici alla testata del ponte verso Via Giulia. Nel 1877si iniziano i lavori per la sistemazione della sponda destra del Tevere in corrispondenza della Farnesina; negli anni immediatamente precedenti, il ponte aveva rischialo la demolizione. Sempre in quest’anno si avviano gli interventi per l'ampliamento del ponte secondo il progetto redatto nel 1876 dal capo della divisione Idraulica dell'ufficio Tecnico Comunale, ing. Angelo Vescovali.