L'inizio del sogno | ... e intanto rimuginava, rimproverandosi, i tanti argomenti eccellenti e conclusivi che, pur avendoli sulla punta delle dita, aveva dimenticato di sfoggiare nel dibattito appena concluso. Ma era talmente abituato a questo stato d'animo, che non gli durò a lungo e, dopo un attimo di disagio, causato dal disappunto che provava per aver perso le staffe (e anche a questo difetto era ormai avvezzo), si ritrovò a riflettere sul tema della discussione e si sentì ancora scontento e infelice. « Se potessi vederlo quel giorno, » disse fra sé, « soltanto vederlo! »
Mentre formulava questo desiderio, il convoglio si arrestò alla sua fermata, a cinque minuti di cammino dalla casa in cui abitava, che era sulla riva del Tamigi, in una viuzza che dominava dall'alto un orribile ponte sospeso. Uscì dalla stazione, ancora scontento e infelice, mormorando « Se solo potessi vederlo, se potessi vederlo! » ma (continua il nostro amico) aveva fatto appena pochi passi verso il fiume, quando tutto lo sconforto e la pena parvero dileguarsi.
Era una bella notte di primo inverno, con un'aria frizzante che bastava appena a rinfrescarlo, dopo il caldo della sala di riunione e dopo il tanfo del vagone. Il vento, che da poco aveva incominciato a girare da ovest a nord-ovest, aveva spazzato tutte le nuvole, salvo qualche lembo che correva veloce nel cielo. C'era una luna nuova, non ancora alta nel cielo, e quando l'uomo che rincasava la scorse, mezzo celata dai rami di un vecchio e alto olmo, dimenticò di essere in uno squallido sobborgo di Londra ed ebbe la sensazione di trovarsi in un piacevole posto di campagna; più piacevole, anzi, di quanto fosse la campagna così come la ricordava.
Raggiunse la riva e si fermò un poco a guardare, oltre il basso parapetto il fiume illuminato dalla luna: l'alta marea era vicina e l'acqua se ne andava mulinando e scintillando verso Chiswick Eyot. Al brutto ponte non fece caso o non pensò, salvo quando per un istante (racconta il nostro amico) notò l'assenza della fila di lampioni a valle. Allora si diresse verso casa, entrò, e quando chiuse la porta ogni ricordo della brillante logica e della lungimiranza che avevano illuminato la recente discussione scomparve; della discussione persino non rimase traccia, salvo una vaga e, ora, piacevole speranza, di giorni di pace e di quiete, di pulizia e di sorridente buona volontà.
Con questa disposizione d'animo si mise a letto e, come d'abitudine, si addormentò in due minuti; ma, contrariamente al solito, si svegliò poco dopo, trovandosi in quella condizione di estrema lucidità che prende a volte anche coloro che sono abituati a dormire profondamente: una condizione in cui tutte le nostre facoltà mentali si acuiscono in modo straordinario, mentre tutti i miserabili guai in cui ci siamo cacciati, tutte le disgrazie e gli errori della nostra vita si fanno innanzi per sottoporsi al giudizio di questa eccezionale lucidità.
In questo stato egli rimase sdraiato sul letto fino a provarne quasi piacere: a un certo punto la rassegna di tutte le proprie sciocchezze cominciò ad esilararlo e il garbuglio di guai che si trovava dinanzi assunse la forma di una storia divertente.
Udì suonare l'una, poi le due, poi le tre e finalmente riprese sonno. Il nostro amico dice che da quel sonno si svegliò un'altra volta, e che da quel momento in poi si imbatte in avventure tanto sorprendenti da meritare di essere raccontate ai nostri compagni: anzi, a tutto il pubblico in genere, e perciò mi propone di farlo, subito. Però, dice l'amico, sarebbe meglio che le raccontassi io in prima persona, come se fossero capitate a me; e sarà per me una cosa facile e naturale perché comprendo i sentimenti e i desideri del compagno in questione meglio di chiunque altro al mondo. |
La Locanda | Mi tenni un po' indietro rispetto agli altri per dare un'occhiata alla costruzione che, come ho detto, sorgeva al posto della mia vecchia casa.
Era un edificio piuttosto lungo, con le estremità del timpano che si discostavano dalla strada e finestre con decorazioni a traforo che si aprivano, piuttosto in basso, nella parte di fronte a noi. La costruzione, in mattoni rossi e col tetto di piombo, era molto bella, e sopra le finestre correva un fregio composto di figure in terracotta, molto bene eseguite e disegnate con una forza e una semplicità che non avevo mai notato prima in opere moderne. Riconobbi subito i soggetti del fregio, che mi erano particolarmente familiari. Colsi tutto questo in pochi istanti perché subito fummo dentro, in una sala col pavimento di marmo a mosaico e col soffitto di legno. Nella parete opposta al fiume non c'erano finestre ma archi che davano su una serie di camere; da una di queste si intravedeva, sul fondo, un lembo di giardino. Al di sopra degli archi, buona parte della parete era dipinta, credo affrescata, a colori vivaci; i soggetti erano analoghi a quelli del fregio esterno. Tutto era bello, e di materiale estremamente solido; e sebbene la sala non fosse molto grande (forse più piccola di Crosby Hall), dava quella esaltante sensazione di spazio e di libertà che una buona architettura offre sempre a un uomo sereno e abituato ad osservare.
In quel luogo piacevole, che subito riconobbi come il salone della locanda, andavano e venivano tre giovani donne; e poiché erano le prime donne che vedevo in quel mattino pieno di avventure, le guardai con molta attenzione e le trovai belle almeno quanto i giardini, l'architettura e i due uomini. Quanto ai loro abiti, di cui naturalmente presi nota, devo dire che esse erano decorosamente vestite e non cariche di fronzoli; erano vestite come donne, non foderate come poltrone, diversamente dalla maggior parte delle donne della nostra epoca. In breve, il loro modo di vestire era una via di mezzo fra quello dell’era classica, e i costumi più semplici del XIV secolo, senza essere un'imitazione né dell'uno né dell'altro; le stoffe erano leggere e di colori vivaci, come voleva la stagione. Quanto alle donne, era un piacere guardarle, tanto erano gentili e felici nell'espressione del volto, ben fatte e robuste fisicamente, di aspetto sano e vigoroso. Erano tutte per lo meno graziose, e una molto bella, dai lineamenti perfetti. Quando ci videro, ci vennero incontro allegramente senza la minima affettazione di ritrosia, e tutte e tre mi strinsero la mano come se fossi un amico appena tornato da un lungo viaggio. Tuttavia non mi sfuggì il fatto che guardavano con aria sospettosa il mio vestito: avevo indosso quello della sera prima, e comunque non ho mai tenuto molto all'eleganza.
Bastarono due parole di Robert, il tessitore, perché le tre donne, si dessero da fare per noi: in un batter d'occhio tornarono, ci presero per mano e ci condussero a un tavolo nell'angolo più gradevole della sala, dove era apparecchiata la nostra colazione. Mentre ci sedevamo, una di loro uscì rapida, attraversando le camere di cui ho già parlato, e tornò poco dopo con un gran mazzo di rose, molto diverse per dimensione e qualità da quelle che ai miei tempi crescevano a Hammersmith, assai simili piuttosto a quelle di un vecchio giardino di campagna. La giovane donna corse in dispensa e ne tornò con un vaso di vetro di delicata fattura, vi mise i fiori e li pose al centro della tavola. Un'altra, che si era anch'essa allontanata di corsa, tornò con una grande foglia di cavolo piena di fragole, delle quali alcune erano appena mature; mentre la metteva in tavola disse: "Ecco qui. Ci avevo pensato stamattina prima di alzarmi, ma guardando il forestiero che saliva sulla tua barca, Dick, mi è passato di mente, e così non sono riuscita ad arrivare prima di tutti i merli; comunque ce ne sono abbastanza di buone come tutte quelle che si possono trovare a Hammersmith stamattina."
...Mentre mandavo giù i primi bocconi, lo sguardo mi cadde sull’iscrizione dorata, incisa sul rivestimento a pannelli, dietro quella che poteva sembrare una cattedra nella sala maggiore di un college di Oxford; mi colpì una parola familiare e così lessi tutta l’iscrizione. Diceva:
Ospiti e vicini, nel sito di questa locanda era un tempo la sala di riunione dei socialisti di Hammersmith. Bevete un bicchiere alla loro memoria. Maggio 1962
Mi è difficile dire quello che provai leggendo queste parole, e credo che dal mio volto trasparisse tutta la mia commozione perché i due amici mi guardarono in modo curioso e fra noi per un momento scese il silenzio. Il tessitore, che non aveva la finezza di maniere del barcaiolo, mi disse in modo alquanto goffo:
«Ospite, noi non sappiamo come chiamarvi. È indiscreto se vi chiediamo di dirci il vostro nome?»
«Be' ,» risposi, «su questo ho qualche dubbio anch'io, perciò potete continuare a chiamarmi ospite, che dopo tutto è un cognome, e aggiungeteci un William, se vi fa piacere. » |
Trafalgar Square |
Adesso ero di nuovo indaffarato a guardarmi attorno perché avevamo lasciato il mercato di Piccadilly e stavamo passando per una zona di case eleganti e ricche di decorazioni, che avrei definito ville se fossero state brutte e pretenziose, ma non si trattava di niente del genere. Ogni casa era circondata da un giardino ben curato e traboccante di fiori. I merli cantavano al loro meglio sugli alberi dei giardini che, salvo un lauro qua e là e qualche gruppo di tigli, mi sembravano tutti da frutta: c'era un gran numero di ciliegi, carichi di frutti, e più volte, mentre passavamo davanti a un giardino, ci vedemmo offrire canestri pieni di bellissimi frutti da bambini e bambine. In mezzo a tutti quei giardini e a quelle case era naturalmente impossibile localizzare le antiche vie, ma mi parve che le strade principali fossero le stesse di un tempo.
Arrivammo infine in un vasto spazio aperto, in leggera pendenza verso sud, di cui la parte più assolata era coltivata a frutteto, soprattutto albicocchi a quanto potevo vedere; e al centro c'era una graziosa struttura in legno, dipinta e dorata, che sembrava un chiosco per bibite. Dal lato meridionale del frutteto partiva una lunga via, ombreggiata da vecchi grandi peri, in fondo alla quale si ergeva l'alta torre del palazzo del Parlamento, o Mercato del letame.
Una strana sensazione si impadronì di me; chiusi gli occhi per ripararli dalla vista del sole che risplendeva sui bei giardini e per un istante mi sfilò dinanzi agli occhi la fantastica visione di un altro tempo: un vasto spazio circondato da case alte e brutte, con una brutta chiesa all'angolo di un edificio a cupola, indescrivibilmente brutto e banale, che sorgeva dietro di me; la strada che vi conduceva era gremita da una folla sudata e frettolosa, sulla quale incombevano gli omnibus strapieni. Al centro, una piazza lastricata con una fontana, era popolata da, pochi uomini vestiti di blu e da parecchie statue di bronzo singolarmente brutte (una delle quali in cima a un'alta colonna). La piazza era presidiata fino all'imbocco della strada da una quadruplice fila di uomini grandi e grossi vestiti di blu, e sulla via che portava a sud si vedevano gli elmi di un reparto di soldati di cavalleria, bianchi come panni lavati nel grigiore di un freddo mattino di novembre...
Riaprii gli occhi alla luce del sole, mi guardai intorno e, fra lo stormire degli alberi e il profumo dei fiori, dissi a voce alta: « Trafalgar Square! »
« Sì, » fece Dick, che aveva nuovamente tirato le redini, « è Trafalgar Square. Non mi meraviglio che il nome vi sembri ridicolo, ma dopo tutto a nessuno interessava cambiarlo perché il nome di una follia del passato non fa male a nessuno. Eppure, a volte penso che avremmo dovuto dare a questa piazza un nome che ricordasse degnamente la grande battaglia del 1952 che si combatté proprio qui: quella sì che fu una battaglia importante, se gli storici non mentono. »
«Cosa che generalmente fanno o almeno facevano, » disse il vecchio. «Per esempio, che ne dite di questo, cari vicini? In un libro - oh, un libro stupido! - di un certo James, intitolato Storia del socialismo democratico, ho letto di uno scontro avvenuto qui nel 1887 o giù di lì (non sono molto bravo per le date). Alcune persone, dice il libro, stavano per tenere un comizio, o qualcosa del genere, e il governo di Londra, o il municipio o il consiglio comunale, o come altro si chiamava quel barbaro gruppo di idioti, caricò quei cittadini (come allora erano chiamati) armi alla mano. Sembra troppo ridicolo per essere vero; ma secondo questa versione dell'episodio, da tutto ciò non si ricavò nulla, e anche questo è certamente troppo ridicolo per essere vero. »
« Be', » dissi io, « dopo tutto il vostro signor James finora ha ragione, e quello che riferisce è vero, salvo per un particolare, che non vi fu alcuna lotta; semplicemente, un gruppo di persone disarmate e pacifiche fu aggredito a randellate da alcuni mascalzoni. »
« E quelli si lasciarono aggredire? » chiese Dick, assumendo per la prima volta un'espressione di sdegno che non avevo mai visto sul suo volto cordiale.
Arrossendo, risposi: « Fummo costretti a cedere; non potevamo fare altro. »
Fissandomi il vecchio disse: « Sembra che voi ne sappiate un bel po', vicino. Ed è proprio vero che non se ne cavò nulla di buono? »
« Questo se ne cavò, » risposi, « che un bel po' di gente finì in galera. »
« Chi le aveva date? » chiese ilvecchio. « Poveri diavoli! »
« No, no, » feci io, « i bastonati. » in tono severo, il vecchio disse: « Amico, ho l'impressione che abbiate letto un sacco di bugie in proposito, e che ci abbiate creduto con troppa facilità. »
« Vi assicuro, » risposi, «che quello che ho detto è vero. »
« Bene, bene, sono certo che siete in buona fede, vicino, » tornò alla carica il vecchio. «Però non capisco come possiate esserne così sicuro. »
Poiché non potevo spiegarglielo, tacqui. Frattanto Dick, che era rimasto ad ascoltare con le sopracciglia aggrottate e con aria pensierosa, si mise a parlare, in tono gentile ma triste.
«Com'è strano pensare che uomini simili a noi, che vivevano in questo paese bello e felice, e che credo avessero sentimenti e affetti simili ai nostri, potessero fare cose tanto orribili. »
« è strano, sì, » dissi in tono sentenzioso. « Dopo tutto, però, anche quei tempi segnavano un grande miglioramento rispetto a quelli che li avevano preceduti. Non avete letto niente sul periodo medievale e sulla ferocia delle sue leggi penali, sul modo in cui a quei tempi gli uomini sembravano provar piacere nel torturare i propri simili? Anzi in base a questo principio facevano dello stesso loro Dio un torturatore e un carceriere. »
«Sì, » rispose Dick, «anche su quel periodo ci sono dei buoni libri, e ne ho letti alcuni. Ma quanto al grande miglioramento che sarebbe avvenuto nel XIX secolo, non riesco a vederlo. Dopo tutto, nel Medio Evo gli uomini agivano secondo coscienza, come dimostra la vostra giusta osservazione sul loro Dio, ed erano pronti a sopportare essi stessi le pene che infliggevano agli altri; gli uomini del XIX secolo, invece, erano ipocriti e fingevano di essere umani, eppure continuavano a tormentare tutti quelli che potevano, chiudendoli in prigione per questo solo motivo: che quei poveretti erano esattamente come essi stessi, i padroni delle prigioni, li avevano costretti ad essere. Oh, è terribile pensarci! » «Ma forse,» dissi, «non sapevano come fossero le prigioni. » Dick mi parve seccato, e anche arrabbiato. «E ancora più vergognoso per loro, » esclamò, «visto che voi e io ne sappiamo moltissimo ora che tanto tempo è passato. Date retta a me, vicino: quegli uomini non potevano non sapere quale sventura rappresenti una prigione per la comunità quando vive un periodo di benessere e che le loro prigioni erano un incentivo a vivere nel peggiore dei modi. »
« Ma voi, » domandai, « non avete più prigioni? » Appena le parole mi uscirono di bocca mi accorsi di aver commesso un errore perché Dick diventò rosso in faccia e fece una smorfia arcigna, mentre il vecchio mi parve meravigliato e addolorato. Alla fine Dick disse con rabbia, anche se cercava di controllarsi:
« Diamine! Come potete fare una domanda del genere? Non vi ho appena detto che sappiamo cosa sia una prigione dalle prove indubitabili contenute in libri veramente degni di fede e con l'aiuto della nostra immaginazione? E non avete voi stesso richiamato la mia attenzione sul fatto che tutte le persone che incontriamo per la strada sembrano felici? Come potrebbero sembrare felici e tollerare tranquillamente una cosa simile, se sapessero che dei loro vicini sono chiusi in prigione? Se ci fosse qualcuno in prigione, non lo si potrebbe nascondere alla gente come si può nascondere un omicidio involontario: questo non viene commesso di proposito, con un sacco di gente che a sangue freddo dà il suo appoggio all'assassino, come invece avviene quando si condanna al carcere qualcuno. Prigioni! Oh, no, no, no! »
Tacque un istante, cominciò a calmarsi e riprese in tono gentile: « Ma perdonatemi. Non c'è bisogno che io mi scaldi tanto perché di prigioni non ce ne sono. Temo che penserete male di me, perché ho perso le staffe in quel modo. Naturalmente, venendo da terre lontane, non si può pretendere che sappiate queste cose. E ora temo di avervi messo a disagio. »
In un certo senso era vero; ma era stato così generoso e sincero nella sua collera che adesso mi piaceva più di prima. Gli dissi: «No, in realtà è colpa mia se sono stato così stupido. Permettetemi di cambiare argomento e di chiedervi che cos'è quel maestoso palazzo sulla nostra sinistra, subito dietro quel boschetto di platani. »
« Ah, » rispose, « è un vecchio palazzo costruito nella prima metà del XX secolo e, come vedete, è in uno strano stile fantasioso e non particolarmente bello; dentro, però, ci sono delle cose di pregio, per lo più quadri, alcuni dei quali molto antichi. Lo chiamano Galleria Nazionale; a volte mi sono domandato che cosa significhi questo nome, comunque oggi qualunque luogo in cui i quadri vengono custoditi come curiosità è chiamato Galleria Nazionale, forse sull'esempio di questo. Naturalmente di luoghi del genere ce ne sono molti in tutto il paese. »
Non cercai di dargli lumi, pensando che l'impresa fosse troppo ardua. Invece tirai fuori la mia magnifica pipa e mi dedicai al fumo, mentre il vecchio cavallo continuava a trottare. Poi dissi:
«Questa pipa è un gingillo molto elaborato, e voi in questo paese sembrate così razionali, e la vostra architettura è così sobria che quasi quasi mi stupisco che vi dedichiate a frivolezza del genere. »
Mentre parlavo mi resi conto che l'affermazione era piuttosto ingrata da parte mia, dato che avevo ricevuto un così bel regalo; ma Dick non sembrò far caso alla mia scortesia e disse:
«Be', non so. Certo è un oggetto grazioso, e poiché nessuno è obbligato a fabbricare cose del genere se non gli piace, non vedo perché qualcuno non abbia dovuto fabbricarla, se gli piaceva. Naturalmente, se scarseggiassero gli scultori, sarebbero tutti impiegati nell'architettura, come voi la chiamate, e allora non si fabbricherebbero questi " gingilli " (il termine è appropriato); ma siccome c'è un sacco di gente che sa scolpire la pietra e il legno - anzi, lo sanno fare quasi tutti - mentre il lavoro è alquanto scarso, o almeno, noi temiamo che lo diventi, non vengono scoraggiate queste attività un po' frivole. »
Rifletté un poco e mi parve alquanto turbato, poi il suo volto si schiarì e disse. «Dopo tutto, dovete ammettere che questa pipa è un oggetto molto grazioso, con quelle piccole figure sotto gli alberi così aggraziate e così bene incise.... Troppo elaborata per una pipa, forse, ma..., be', è molto graziosa. »
«Magari di troppo valore per l'uso che se ne deve fare,» dissi io.
« Che cosa? » domandò lui. « Non capisco. » Stavo cercando disperatamente il modo di farmi capire, quando arrivammo vicino al cancello di un grande edificio nel quale sembrava fossero in corso dei lavori. «E questo cos'è? » chiesi, curioso, perché era un piacere, fra tutte quelle cose strane, vedere qualcosa che assomigliasse almeno un po' a quello cui ero abituato. « Mi sembra una fabbrica. »
«Sì, » rispose Dick, « credo di capire che cosa volete dire, ed è proprio così; solo che noi non le chiamiamo fabbriche, ma laboratori collettivi, cioè luoghi dove si raccolgono le persone che vogliono lavorare insieme. »
« Suppongo che in questi luoghi si usi qualche fonte d'energia, » dissi.
« No, no, » disse lui. « Perché le persone dovrebbero unirsi per usare l'energia quando l’hanno a disposizione nei luoghi in cui vivono o nelle immediate vicinanze? C'è una fonte d'energia per ogni due o tre persone, o anche una per ciascuno, quanto a questo. No, la gente si riunisce in questi laboratori collettivi per fare favori manuali nei quali è necessaria o conveniente una collaborazione fra più persone; questi lavori sono spesso molto piacevoli. Qui, per esempio, si fabbricano ceramiche e vetrerie; laggiù potete vedere le ciminiere delle fornaci. Naturalmente è comodo disporre di fornaci e stampi di grandi dimensioni, e una buona quantità di materie prime per usarli. Naturalmente di luoghi del genere ce ne sono molti, perché sarebbe ridicolo che chi avesse un'inclinazione per la ceramica o per la soffiatura del vetro fosse costretto a lavorare in un unico posto o a rinunciare al lavoro che gli piace. »
«Non vedo fumo uscire dalle fornaci, » osservai. « Fumo?» ribatté Dick. «E perché dovreste vedere del fumo? »
Mi trattenni dal rispondere ed egli riprese: « L'interno è un luogo piacevole, semplice come l'esterno che vedete. Quanto ai mestieri, modellare la creta deve essere divertente; la soffiatura del vetro, invece, è un lavoro alquanto opprimente, ma ad alcuni piace molto e la cosa non mi stupisce granché: si prova un tale senso di potenza, quando si è abili nel plasmare il vetro rovente. Oltre ad essere piacevole, il lavoro è abbondante, » aggiunse sorridendo, «perché gli oggetti di ceramica o di vetro, per quanto se ne abbia cura, un giorno o l'altro si rompono, quindi c'è sempre molto da fare. »
Rimasi in silenzio e mi misi a riflettere. Proprio in quel momento ci imbattemmo in un gruppo di operai che stava riparando la strada, il che ci costrinse a fermarci per un po', ma non me ne dispiacque perché tutto quello che avevo visto fino a quel momento sembrava far parte di una vacanza estiva, ero poi curioso di vedere come quella gente si sarebbe comportata alle prese con un lavoro duro e realmente necessario. Era appena finito il turno di riposo, e quando noi arrivammo gli uomini avevano appena ricominciato a lavorare, cosicché fu il rumore dei picconi a distogliermi dalle mie riflessioni. Erano una dozzina, giovani e forti, e il loro aspetto non era dissimile da quello che avrebbero avuto i membri dell'equipaggio di un canotto di Oxford ai tempi che ricordavo; lavorando di piccone, sembrava che non faticassero più di quanto faticavano gli universitari ai remi. I loro abiti giacevano sul ciglio della strada, ammucchiati in bell'ordine e sorvegliati da un bambino di circa sei anni, con un braccio intorno al collo di un grosso mastino, che si godeva pigramente il sole come se fosse tutto per lui. Guardando il mucchio di vestiti, vidi risplendere ricami in oro e in argento e ne dedussi che qualcuno degli operai aveva gusti simili a quelli dello spazzino tutto d'oro di Hammersmith. Accanto al mucchio c'era un grosso canestro che sembrava pieno di torte e di vino; nei pressi cinque o sei giovani donne, in piedi, osservavano il lavoro e gli operai. Valeva davvero la pena di guardare questo e quelli, perché erano lì a menar gran colpi di piccone, molto abili nel proprio lavoro, ma erano anche belli e prestanti come capita di incontrarne in un giorno d'estate. Ridevano e chiacchieravano allegramente fra loro e con le donne, quando il caposquadra alzò la testa e vide che il passaggio si era bloccato. Appoggiò a terra il piccone e gridò. «Fermi, amici: ci sono dei vicini che devono passare. » Al che si fermarono anche gli altri, si raccolsero intorno a noi, aiutarono il vecchio cavallo spingendo le ruote della carrozza sulla strada mezzo sfasciata e poi, come se li aspettasse un compito piacevole, tornarono al proprio lavoro, fermandosi solo un momento per augurarci sorridendo il buongiorno. Il fracasso dei picconi era già ricominciato quando il nostro vecchio Grigio riprese a trottare. Dick si voltò a guardare gli uomini e disse:
« Sono in forma oggi: può essere uno sport divertente provare quanto il lavoro di piccone si può fare in un'ora; e vedo che i vicini sanno far bene il loro mestiere. Non è solo questione di forza fare rapidamente un lavoro del genere, vero, ospite?»
« Direi proprio di no, » risposi, « ma, a dire la verità, non ci ho mai provato. »
« Davvero? » disse lui tutto serio. « È un vero peccato perché è un buon lavoro per rafforzare i muscoli e a me piace, anche se devo riconoscere che è più piacevole la seconda settimana della prima. Non che io sia molto bravo: quando ci ho provato gli amici mi prendevano in giro e mi dicevano " Voghi bene, ma adesso mettici anche la schiena>. "
« Non è una gran battuta, » dissi io. Be', » rispose Díck, « tutto sembra divertente quando si fa un lavoro piacevole e dei cari amici scherzano intorno a noi: ci si sente felici, sapete.»
Ancora una volta rimasi in silenzio a riflettere. |