Lo stato dei Monumenti dell’Antica Roma nel XIV secolo.

Scrisse il Petrarca: "Dove sono le terme di Diocleziano e d’Antonino, dove il Cymbrum di Mario, il Septizonium e i bagni di Settimio Severo? E dove, per dire solo dei monumenti maggiori, il foro d’Augusto e il tempio di Marte Ultore? Dove quello di Giove Tonante sul Campidoglio e d’Apollo sul Palatino? Dove il suo portico e la biblioteca greca e quella latina? Dove l’altro portico di Livia e il teatro di Marcello? Dove sono il tempio d’Ercole e delle Muse, eretto da Marzio Filippo, il tempio di Diana e quelli di Lucio Corneficio, delle arti d’Asinio, di Saturno, di Munanzio Planco; dove il teatro di Balbo e l’anfiteatro di Statilio Tauro? Dove sono le opere innumeri d’Agrippa? Dove gli splendidi palazzi dei principi? Ne incontri i nomi nei libri, ma se li cerchi per l’urbe o non li trovi o non vedi che dei miseri resti."

Elenco dei monumenti visitati e visti dal Poggio (Bologna, 1493 - 1556).

Templi: Il Tempio della Pace (basilica di Massenzio), già allora un rudere ridotto a tre soli archi con una colonna, quella che più tardi Paolo V fece trasportare davanti a S. Maria Maggiore. Il tempio di Romolo, ovvero i suoi resti nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano. I resti delle colonne del tempio d’Antonino e Faustina, che da molto tempo servivano da vestibolo nella chiesa di S. Lorenzo in Miranda. I resti del tempio di Venere e Roma, vicino alla chiesa di S. Francesca Romana (allora chiamata Maria Nuova) che Poggio ritenne erroneamente ruderi del tempio di Castore e Polluce. Il tempio di Vesta sulle rive del Tevere; Poggio dimentica a questo punto quello della Fortuna Virilis. Il tempio di Giove Statore (allora chiamato Nicolò in Statera) che oggi non esiste più. Il tempio d’Apollo nel Vaticano, allora S. Petronilla. Il Pantheon, che a quel tempo era tutto circondato da altri edifici. Egli cita inoltre i grandiosi resti del portico del tempio di Minerva presso il convento dei Domenicani, che i Romani distrussero sotto i suoi occhi per farne calce. La stessa sorte toccò al tempio del Campidoglio con le sue otto colonne. Anche il tempio della Concordia era crollato, benché Poggio non ne facesse parola. Del tempio di Saturno, egli vide ancora le tre colonne che, insieme alle tre del foro, credette trattarsi degli avanzi del ponte di Caligola. Non si sa se tutti questi templi situati nei pressi del Clivus Capitolinus fossero stati distrutti, quando Bonifacio IX intraprese i lavori di restauro del Campidoglio o se fossero crollati prima. Del Tabularium, il sotterraneo del palazzo del Senato adibito a magazzino del sale, è difficile che Poggio vedesse più di quello che vediamo noi ai giorni nostri. Dei portici della Pescheria e della zona circostante egli scorse ancora parecchi ruderi e impose loro i nomi di Mercurio e di Zeus. A quei tempi il quartiere era ricco di giardini e vicino al Quirinale esistevano ancora le rovine di un portico oggi scomparso.
Teatri e Anfiteatri: il teatro di Marcello, già completamente in rovina. I ruderi del teatro di Pompeo, in cui erano state ricavate case d’abitazione. I teatri di Balbo e di Tauro, entrambi crollati. L’Anphiteatrum Castrense, già compreso entro le mura urbane. Il Colosseo che i Romani per ignoranza avevano in gran parte distrutto per trarne calce".
Dei circhi egli nomina il Circo Massimo del quale rimanevano ancora pochi resti, essendo l'edificio tutto coperto dagli acquitrini. I due obelischi erano sepolti tra mucchi di rovine e l'arco di Tito era caduto a terra. Nel Circo di Massenzio (Poggio lo chiama Ippodromo della Via Appia) vide gli obelischi giacere al suolo rotti in quattro pezzi.
I fori erano quasi irriconoscibili. Il Foro Romano era tutto ingombro di rovine e completamente ricoperto d’arbusti. Tra l'arco di Tito e quello di Severo si stendeva un'intera borgata, tanto che, in occasione dell'ingresso di Carlo V, Paolo III dovette fare abbattere, duecento catapecchie per aprire la via che oggi conduce attraverso il foro. Buoi e maiali si aggiravano nella zona pascolando. Del Comitium Poggio sostiene di aver visto ancora un muro ornato di bassorilievi.
Quanto alle terme, ne restavano ruderi più cospicui di quelli che vediamo oggi, ma l'ornamentazione era andata completamente perduta, come nota dolorosamente l'umanista. C'erano resti di quelle di Costantino e importanti rovine delle altre d’Alessandro Severo, vicino al Pantheon, mentre si notava appena qualche traccia delle terme di Domiziano, presso i SS. Silvestro e Martino.
Quanto agli acquedotti, il solo che servisse all'approvvigionamento della città era quello dell'Aqua Virgo.
Archi di trionfo: gli archi di Settimio Severo, Tito e Costantino, secondo la testimonianza di Poggio erano intatti. L'ultimo era chiamato, volgarmente, Trasi o Trax o Trhacius. Egli cita l'arco nei pressi di S. Lorenzo in Lucina (di Domiziano o di Marco Aurelio, volgarmente detto Tripolo) e quello cosiddetto di Claudio, vicino a Piazza Sciarra; inoltre cita l'arco di Gallieno e i resti di un arco di Nerva Traiano, da ultimo l'arco di Lentulo all'Aventino.
Le colonne di Traiano e d’Antonino erano ancora intatte e anche la piramide di Borgo (Meta Romulí) era ancora in piedi, ma del tutto priva di fregi marmorei. Poggio si stupì che il dotto Petrarca avesse scambiato la piramide di Caio Cestio, per la tomba di Remo nonostante la sua iscrizione. Il mausoleo d’Augusto era coltivato a vigneto e, quanto alla tomba di Cecilia Metella, Poggio la vide in gran parte distrutta, perché anche di là si estraeva la calce.
Il traffico era limitato a quei tempi al solo ponte S. Angelo, al ponte Milvio, ai due ponti dell’isola Tiberina e a quello dei senatori. Il ponte gianicolense (ponte Sisto) era a pezzi; il ponte Trionfale, il Vaticano e Sublicio erano completamente scomparsi.
Nelle mura di Roma, « un fragilissimo mosaico di lastroni di marmo, pietre, rottami e mattoni », Poggio non vide più alcuna traccia d’antichità. Le percorse tutto intorno e scoprì che avevano una circonferenza di circa dieci miglia. Vi contò 379 torri e questa cifra è la prima che sia data dopo i Mirabilia. Anche allora, come oggi, erano usate tredici porte. Tutti i colli di Roma erano abbandonati e infestati dalla malaria. Conventi e chiese sorgevano qua e là solitari come le chiesette rustiche della Campagna. Il Campidoglio, se si esclude il palazzo del senato, era tutto un mucchio di rovine, pieno di vigneti e di depositi d'immondizie. Il Palatino era così desolato, che « non aveva più forma alcuna »; tuttavia vi sorgevano ancora i poderosi resti del Septizonium di Settímio Severo. Questo è il quadro che Poggio tracciò di Roma all'inizio del quadro non del tutto esatto, poiché mancano alcuni monumenti che sono ancora in piedi.