Niccolò V, salito al soglio pontificio nel marzo 1447, intraprese una politica di pacificazione politica e religiosa, in vista delle celebrazioni per l’anno santo del 1450. Infatti, non appena fu eletto papa, riuscì da un lato, a comporre le divergenze riguardanti lo scisma d’Oriente, e, dall’altro a ristabilire la sovranità pontificia su Bologna, concordando una tregua con Francesco Sforza. Anche in ambito cittadino, ove i rapporti con la nobiltà e col comune erano divenuti negli ultimi anni, particolarmente tesi, Niccolò V svolse un’azione di mediazione tra le potenti e opposte famiglie dei Colonna e degli Orsini. Il piano edilizio, nel quale il papa profuse tante energie, fu finalizzato dunque al rinnovamento della città, in vista del giubileo, e, probabilmente si avvalse della consulenza d’architetti quali Leon Battista Alberti e Bernardo Rossellino.
In un periodo politico di transizione tra il tardo medioevo e l’inizio dell’era moderna, e a pochi decenni dal ritorno dei papi a Roma, Niccolò V, sembrò ricondurre il papato ad una mentalità imperiale. Il Palatium sul Vaticano doveva ispirarsi a quello degli imperatori romani che avevano dominato la terra, e avrebbe dovuto superare per bellezza e magnificenza le sette meraviglie del mondo. Niccolò V fu il primo a profanare l’antica Basilica Costantiniana di S. Pietro, per ricondurla allo schema cruciforme, cui si sovrappone la proporzione del corpo umano. Insieme iconografico che simboleggia il Cristo, il legno della Croce e l’Arca di Noè, una sintesi del messaggio salvifico del giubileo. Il papa fece poi erigere un altare unico nella tribuna di S. Pietro, per affermare l’unicità e la centralità del potere papale. Niccolò V, consolidò lo Stato con le fortificazioni per iniziare un'era nuova di pace nella sicurezza. Furono rinforzate le mura d’Aureliano, e costruite nuove torri a protezione della cittadella vaticana. Se la Roma medioevale era dominata da torri nobiliari, la Roma di Niccolò V moltiplicò le fortezze papali o sotto suo diretto controllo: il Vaticano, Castel S. Angelo, il Campidoglio. Il grandioso torrione presso la porta di S. Pietro, ad esempio, avrebbe dovuto raggiungere cento braccia d’altezza, come le massime fabbriche del Palatium, e, come i campanili di S. Pietro poi non realizzati. Niccolò V ristrutturò Borgo, rendendo il quartiere funzionale alle esigenze della corte pontificia. Tre nuove strade rettilinee n’avrebbero costituito la spina dorsale, congiungendo il castello con altrettanti traguardi rilevanti: l’accesso alla basilica, le canoniche da costruire sulla sinistra di S. Pietro e la porta del Palatium a destra. Davanti alla basilica doveva aprirsi una piazza porticata dal caratteristico allungato invaso "circense" (100 x 500 braccia). Al centro della piazza doveva essere innalzato l'obelisco del circo neroniano. L’obelisco, simbolo del sole e immagine dell’arte e della sapienza antica, doveva essere sorretto da quattro statue bronzee degli Evangelisti e sormontato da quella del Salvatore con una croce d’oro. Il Palatium era arricchito da giardini che simboleggiavano quello della sapienza, di cui il giardiniere era il papa, vicario di Cristo, mentre sul piano politico il complesso simboleggiava, nella sua interezza, lo scenario del buon governo e dell’ordine. L'idea del palazzo-labirinto, dal quale governava Niccolò V, era maturata forse nell'ambito albertiano, e troverà alcune fantastiche applicazioni nel Filarete, con rocche e castelli attorniati da labirinti. Il frontespizio del Palatium doveva essere una nuova porta trionfale, in cui, all'estremità del muro, si ergevano due grandi torri, in mezzo alle quali si apriva un arco che la inquadrava. Si tratta dell’adattamento dello schema di porta romana affiancata da torrioni circolari o poligonali (come le porte Pinciana e Ostiense). Ma è interessante ricordare il significato classico della porta come simbolo del Potere. Roma stessa è vista nell’iconografia medievale come "porta" sormontata dalla croce, con l’iscrizione "Renovatio Roman. Imp."
Nel suo testamento il papa così si rivolgeva infine ai cardinali: «Vi esortiamo nel nome di Dio che vogliate proseguire e condurre a termine le costruzioni da noi iniziate, affinché i nostri, successori, liberi da qualsiasi pericolo d’aggressione esterna o di persecuzione interna, possano allevare più diligentemente e tranquillamente il gregge del Signore, e lo conducano sulla via della salvezza eterna». Il papa affidava dunque ai successori, il completamento della "città vaticana", la quale doveva essere, nel suo disegno, un'opera collettiva e non individuale, nel superiore interesse della cattedra di Pietro.