BERNARDO ROSSELLINO
VASARI
LE VITE
dei più eccellenti pittori,
scultori e architetti.
Antonio finalmente si morì in Fiorenza d'età d'anni 46, lasciando un suo fratello architettore e scultore, chiamato Bernardo, il quale in Santa Croce fece di marmo la sepoltura di Messer Lionardo Bruni aretino, che scrisse la storia fiorentina e fu quel gran dotto che sa tutto il mondo. Questo Bernardo fu nelle cose d'architettura molto stimato da papa Nicola Quinto, il quale l'amò assai, e di lui si servì in moltissime opere che fece nel suo pontificato; e più averebbe fatto, se a quell'opere che aveva in animo di far quel Pontefice, non si fusse interposta la morte. Gli fece dunque rifare, secondo che racconta Giannozzo Manetti, la piazza di Fabriano, l'anno che per la peste vi stette alcuni mesi; e dove era stretta e malfatta, la riallargò e ridusse in buona forma, facendovi intorno intorno un ordine di botteghe utili e molto commode e belle. Ristaurò appresso e rifondò la chiesa di S. Francesco della detta terra, che andava in rovina, a Gualdo rifece si può dir di nuovo, con l'aggiunta di belle e buone fabriche, la chiesa di S. Benedetto; in Ascesi, la chiesa di S. Francesco, che in certi luoghi era rovinata et in certi altri minacciava rovina, rifondò gagliardamente e ricoperse; a Civitavecchia fece molti belli e magnifici edifizii; a Civita Castellana rifece meglio che la terza parte delle mura, con buon garbo; a Narni rifece e ampliò di belle e buone muraglie, la fortezza; a Orvieto fece una gran fortezza con un bellissimo palazzo, opera di grande spesa e non minore magnificenza; a Spoleti similmente accrebbe e fortificò la fortezza, facendovi dentro abitazioni tanto belle e tanto commode e bene intese, che non si poteva veder meglio. Rassettò i Bagni di Viterbo con gran spesa e con animo regio, facendovi abitazioni, che non solo per gl'ammalati che giornalmente andavano a bagnarsi sarebbono state recipienti, ma ad ogni gran prencipe. Tutte queste opere fece il detto Pontefice col disegno di Bernardo, fuori della città.
In Roma ristaurò et in molti luoghi rinovò le mura della città, che per la maggior parte erano rovinate, aggiugnendo loro alcune torri e comprendendo in queste una nuova fortificazione, che fece a Castel S. Angelo di fuora, e molte stanze et ornamenti che fece dentro. Parimente aveva il detto Pontefice in animo, e la maggior parte condusse a buon termine, di restaurare e riedificare, secondo che più avevano di bisogno, le quaranta chiese delle stazioni già institute da San Gregorio Primo, che fu chiamato per sopranome Grande. Così restaurò S. Maria Trastevere, S. Prasedia. S. Teodoro, S. Piero in Vincula, e molte altre delle minori. Ma con maggiore animo ornamento e diligenza fece questo in sei delle maggiori e principali, cioè: S. Giovanni Laterano, S. Maria Maggiore, S. Stefano in Celio Monte, S. Apostolo, S. Paolo e S. Lorenzo extra muros; non dico di ridurre in fortezza e fare come una città appartata il Vaticano tutto; nella quale disegnava tre vie che si drizzavano a S. Pietro, credo dove è ora Borgo Vecchio e Nuovo, le quali copriva di loggie di qua e di là con botteghe commodissime, separando l'arti più nobili e più ricche dalle minori, e mettendo insieme ciascuna in una via da per sé; e già aveva fatto il torrione tondo che si chiama ancora il Torrione di Nicola. E sopra quelle botteghe e loggie venivano case magnífiche e commode e fatte, con bellissima architettura et utilissima, essendo disegnate in modo che erano difese e coperte da tutti que' venti, che sono pestiferi in Roma, e levati via tutti gl'impedimenti o d'acque o di fastidii che sogliono generar mal'aria. E tutto averebbe finito, ogni poco più che gli fusse stato conceduto di vita il detto Pontefice, il quale era d'animo grande e risoluto, et intendeva tanto, che non meno guidava e reggeva gl'artefici, che eglino lui. La qual cosa fa che le imprese grandi si conducono facilmente a fine, quando il padrone intende da per sé, e come capace può risolvere subito; dove uno irresoluto et incapace nello star fra il sì e il no, fra varii disegni et openioni, lascia passar molte volte inutilmente il tempo senz'operare. Ma di questo disegno di Nicola non accade dire altro che non ebbe effetto. Voleva oltre ciò, edificare il palazzo papale con tanta magnificenza e grandezza, e con tante commodità e vaghezza, che e' fusse per l'uno e per l'altro conto il più bello e maggior edilizio di cristianità, volendo che servisse non solo alla persona del sommo Pontefice, capo de' Cristiani, e non solo al sacro collegio de' cardinali, che essendo il suo consiglio et aiuto, gl'arebbono a esser sempre intorno, ma che ancora vi stessino commodamente tutti i negozii spedizioni e giudizi della corte, dove ridotti insieme tutti gl'uffizii e le corti arebbono fatto una magnificenza e grandezza, e, se questa voce si potesse usare in simili cose, una pompa incredibile. E, che è più infinitamente, aveva a ricevere imperadori, re, duchi et altri principi cristiani che o per faccende loro, o per divozione visitassero quella santissima apostolica sede. E chi crederà che egli volesse farvi un teatro per le coronazioni de' pontefici? et i giardini, loggie, acquidotti, fontane, cappelle, librerie et un conclave appartato bellissimo? Insomma, questo (non so se palazzo, castello o città, debbo nominarlo) sarebbe stata la più superba cosa che mai fusse stata fatta dalla creazione dei mondo, per quello che si sa, insino a oggi. Che grandezza sarebbe stata quella della Santa Chiesa romana, veder il sommo pontefice e capo di quella, avere, come in un famosissimo e santissimo monasterio, raccolti tutti i ministri di Dio che abitano la città di Roma, et in quello, quasi un nuovo paradiso terrestre, vivere vita celeste, angelica e santissima con dare essempio a tutto il crstianesimo et accender gl'animi degl'infedeli al vero culto di Dio e di Gesù Cristo benedetto. Ma tanta opera rimase imperfetta, anzi quasi non cominciata, per la morte di quel Pontefice; e quel poco che n'è fatto, si conosce all'arme sua o che egli usava per arme, che erano due chiavi intraversate in campo rosso. La quinta delle cinque cose che il medesimo aveva in animo di fare, era la chiesa di San Piero, la quale aveva disegnata di fare tanto grande, tanto ricca e tanto ornata, che meglio è tacere che metter mano per non poter mai dirne anco una minima parte, e massimamente essendo poi andato male il modello e statone fatti altri da altri architettori. E chi pure volesse in ciò sapere interamente il grand'animo di papa Nicola v, legga quello che Giannozzo Manetti, nobile e dotto cittadin fiorentino, scrisse minutissimamente nella vita di detto pontefice; il quale oltre gl'altri in tutti i sopra detti disegni si servì, come si è detto, dell'ingegno e molta industria di Bernardo Rossellini; Antonio, fratel del quale, per tornare oggi mai donde mi partii con si bella occasione, lavorò le sue sculture circa l'anno 1490. E perché quanto l'opere si veggiono piene di diligenza e di difficoltà gì'uornini restano più ammirati, conoscendosi massimamente queste due cose ne'suoi lavori, merita egli e fama et onore, come esempio certissimo donne i moderni scultori hanno potuto imparare come si deono far le statue, che mediante le difficoltà, arrechino lode e fama grandissima. Conciò sia che dopo Donatello aggiunse egli all'arte della scultura una certa pulitezza e fine, cercando bucare e ritondare in maniera le sue figure, ch'elle appariscono per tutto e tonde e finite. La qual cosa nella scultura infino allora non si era ve duta sì perfetta; e perché egli primo l'introdusse, dopo lui nell'età seguenti e nella nostra appare meravigliosa.