SAN SABA

Una chiesa poca conosciuta, sebbene interessantissima, sia dal lato archeologico, che artistico, è assisa sull’Aventino. La sua caratteristica sagoma appollaiata tra il verde degli alberi, è uno dei più ammirati particolari di quel suggestivo paesaggio. La sua origine sembra risalga alla fine del VI secolo, quando dei monaci greci costruirono una chiesa in onore del Santo di Cappadocia martirizzato sotto Giustiniano nel luogo dove S. Silva ebbe il suo oratorio, e dove dimorò anche S. Gregorio Magno. Quasi distrutta nel corso dei secoli, sulle sue rovine fu riedificata sul finire del XII secolo per ordine d’Innocenzo III e poi restaurata nel XIV secolo, ed ancora nel 1465 da Pio II. Recenti scavi, nel 1909, eseguiti dall'architetto Canizzaro fecero tornare alla luce a qualche metro sotto il suolo, la primitiva chiesa inferiore, dando a quello superiore della medesima l’aspetto attuale. L'ultimo restauro generale è quello del 1932, quando la chiesa fu eretta a parrocchia. Dall’ingresso sulla Via S. Saba, cui si accede per una piccola gradinata, si entra in un silenzioso piazzale chiuso da alte mura. Su di esso è volta la facciata romanica con i due portici sovrapposti, di cui il superiore a colonne ed archi, formante un’ampia loggia, da dove si gode un bellissimo panorama accessibile per la scala laterale. II portico inferiore è ingombro di resti romani, di frammenti di bassorilievi, di sarcofagi e d'iscrizioni. Si entra nel tempio per un portale stupendamente decorato nel 1205 da Giacomo Cosma, figlio di Lorenzo, capostipite della celebre famiglia dei marmorari romani, che nel XII e XIII secolo ornarono dei loro variopinti disegni moltissimi monumenti dell’Umbria e del Lazio. Da una scaletta in un angolo del portico si scende al livello della primitiva chiesetta, molto più piccola della superiore. In essa si scorgono nelle pareti diverse iscrizioni del VI Secolo, e resti d’affreschi: nella piccola abside si distinguono i piedi dei personaggi che vi erano dipinti; queste pitture sembra siano del II secolo. Il vano superiore della chiesetta, con le pareti nude, è diviso in tre navate da 14 colonne antiche disuguali, che conferiscono un aspetto del tutto originale alla navata aggiunta di sinistra. In essa sono disposti lungo i muri i resti d’affreschi posti sotto vetro, i sarcofagi e frammenti vari, qui trasportati dalla chiesa inferiore. Gli affreschi decoravano la primitiva chiesa all'epoca dei monaci greci; sono interessantissimi frammenti del VII e dell'VIII secolo, che rappresenta teste d’Apostoli e di Santi ed altre scene fra cui «la guarigione del paralitico». La navata centrale, molto più alta delle altre, ha il soffitto a capriate scoperte, sotto il quale tutt'intorno gira un bel fregio con le armi dl Pio II (Piccolomini), che lo restaurò. I1 magnifico pavimento cosmatesco è pure di Giacomo Cosma, il decoratore della porta d'ingresso. Nel centro sorge la ” Schola cantorum “ ripristinata nel restauro del 1909 con gli antichi pezzi ritrovati; le parti laterali sono rifacimenti, ma il lato frontale con la porta e le colonnine tortili è autentico: meravigliosa opera cosmatesca del XIII secolo. « Magister Bassalectus me fecit » è scritto sull’architrave. Un baldacchino, romanico sostenuto da quattro colonne di marmo copre il moderno altare maggiore. Dietro, il fondo all'abside, si vede un'antica sedia episcopale, sormontata da un bel disco cosmatesco con croce. In alto, sull'arcone, è, affrescata coli delicati colori un’annunciazione deliziosa nella sua primitiva ingenuità.

PRECEDENTE