IL TEVERE VISTO DA PONTE MARCONI

L'incendio di San Paolo fuori le mura
Sulla riva destra del Tevere, all’altro estremo di Roma, rispetto a S. Pietro, sorge un’altra grande Basilica romana: quella di San Paolo fuori le mura. Essa conserva una reliquia non meno venerabile di quella del Principe degli Apostoli: la tomba di San Paolo, l’Apostolo delle genti. Paolo, un ebreo della tribù di Beniamino, nacque in Grecia, e fu cittadino romano. La sua doppia cittadinanza, gli permise di influenzare due diverse culture delle quali egli conosceva le tradizioni e la lingua. Saul, in giovinezza feroce persecutore della nascente chiesa cristiana, fu illuminato dalla grazia sulla via di Damasco. Mentre si recava in quel luogo, infatti, per compiere una spedizione punitiva contro i seguaci di Gesù, Paolo, fu colpito dall’apparizione del Cristo e dalle seguenti parole: "Saul, Saul, perché mi perseguiti ?". A seguito di quest’incontro, l’Apostolo si convertì ed entrò in Damasco non più come nemico di Cristo, ma come catecumeno al quale Anania impartì il sacramento del battesimo. Da allora Paolo si trasformò nell’infaticabile pellegrino che predicando il vangelo attraversò tutto il mondo allora conosciuto. Fortemente osteggiato dagli Ebrei, condannato a morte dal Sinedrio, nulla poté fermarlo, né le false accuse, né le polemiche, né l’esilio, né i due anni di prigione a Cesarea, né i ceppi romani, rifiutando di barattare la sua libertà con l’oro. Paolo venne due volte a Roma, la seconda delle quali, fu per essere ucciso e terminare col martirio il suo lungo itinerario. L’anno stesso e lo stesso giorno, il 29 Giugno 67, in cui, nel circo di Nerone, Pietro moriva crocefisso a testa in giù sulla croce, Paolo che, come cittadino romano doveva essere ucciso con la spada, fu condotto alle Acque Salvie e decapitato. Restano le sue lettere (ne possediamo quattordici) a completamento dei Vangeli; e come questi, tuttora vive e attuali dopo duemila anni. Il corpo di Paolo fu sepolto nella zona cimiteriale della Via Ostiense, sul " proedium Lucinae ". La tradizione, racconta che l’iscrizione originaria recitava così: " Qui giace Paolo che s’innalzò più in alto dei cieli" (culmina trascendit coeli), "al quale il mondo intero deve la sua fede in Cristo" (cui debet totus quod Christo credidit orbis). Un’edicola funebre protesse anche la tomba di Paolo per distinguerla dalle sepolture cristiane e pagane circostanti. La costruì papa Anacleto, lo stesso che fece incidere un’epigrafe sulla tomba di San Pietro. Nel 257, le disposizioni ostili dell’imperatore impegnarono i capi della chiesa di Roma a salvaguardare le preziosissime reliquie dell’Apostolo nelle catacombe, sulla Via Appia. Le spoglie dell’Apostolo vi rimasero finché Costantino permise che fossero restituite all’antica sepoltura. Sul rifugio momentaneo delle spoglie dell’Apostolo, si costruì la basilica "Apostolorum ad catacumbas" che è ora detta di San Sebastiano. Ma la basilica patriarcale, quella di San Paolo fu costruita ove il corpo dell’Apostolo aveva trovato l’eterno riposo, sulla Via Ostiense. Promotore ne fu Costantino, incoraggiato nel suo pio disegno da papa Silvestro. Pur avendo iniziato la costruzione della Basilica di San Pietro, il grande imperatore volle anche per questa basilica un’architettura maestosa e dei preziosi ornamenti liturgici. Costantino donò alla basilica le rendite derivanti da un patrimonio di terre di cui faceva parte anche un isolotto greco posto presso Tarso, patria di Paolo. Il sarcofago apostolico (loculus) si trovava all’interno di un enorme cubo di mattoni murato e ricoperto da una lastra di marmo: questa divenne la lastricatura della camera (arca) sotto l’altare. I quattro frammenti irregolari di questa lastra stanno ancora al loro posto, sulla tomba sigillata e intatta; e conservano l’epigrafe "PAULO APOSTOLO MART", perfettamente visibile a chi guarda dalla "fenestrella confessionis". Ad eccezione di questo prezioso reperto e di una parte della copertura del tetto, si può dire poco o niente è rimasto dell’antica basilica di Costantino. Nulla è rimasto anche della nuova e più splendida basilica di Teodosio che sostituì quella di Costantino, nell’anno 386, per opera dell’architetto Ciriade, per ordine di tre imperatori Tedosio, Valentino ed Arcade. Secondo l’antico stile delle basiliche, l’esterno non presentava che una gran massa oscura ed uniforme, senza rilievi particolari nei muri, muri che ospitavano solo le aperture delle finestre; la facciata stessa, poco ornata, non si differenziava molto dal resto. Per questa ragione risaltava più scintillante la magnificenza e il lusso dell’interno, al quale si entrava attraverso l’atrio o quadriportico che una fontana zampillante ornava nel centro. Su questa fontana, San Leone il Grande, appose, nel 460, un’iscrizione che ricordasse i restauri eseguiti sotto il suo regno, e ne consacrasse l’uso rituale: "L’acqua lava le macchie del corpo, ma la Fede, molto più pura dell’acqua, lava le colpe e rigenera le anime. Chiunque tu sia, che grazie ai meriti dell’Apostolo Paolo, varchi la soglia del suo angusto santuario, umilmente, qui, rendi nette le tue mani (supplex ablue fonte manus) ". E chiunque varcava la soglia si fermava meravigliato ad ammirare le cinque navate sfolgoranti di marmi ed ori, sostenute e divise da una foresta di colonne ricavate dai giacimenti più ricchi, o provenienti da celebri monumenti antichi. Sugli archi del colonnato centrale, i medaglioni dei Papi evocavano i successori di Pietro, ed i riflessi della luce delle numerose finestre li illuminavano e colpivano la volta ricca di decorazioni. Tra le finestre, le pareti erano affrescate con le immagini dei santi. Più in basso erano affrescati i drammi sacri del Vecchio e del Nuovo Testamento, illustrati per i fedeli. In fondo alla navata maggiore, che si prolungava con le braccia del transetto, l’arco di trionfo proteggeva la cella sepolcrale dell’Apostolo, sulla quale l’altare palpitava di lampade. Sopra l’altare, una ghirlanda di colonne d’argento (pergula), ricoperte da un baldacchino dello stesso metallo luminoso e chiaro, ne copriva, ornandolo, lo spazio quadrato. Dietro l’altare si trovava la vasca dell’abside, decorata con mosaici simili in splendore a quelli di Ravenna. Se pensiamo che la basilica di Teodosio è durata 1400 anni, è facile immaginare di quanta cura avesse avuto bisogno nel tempo, per ripararne i danni causati dall’usura, dalle intemperie e dalle ingiurie degli elementi e degli uomini. Restauri e abbellimenti furono apportati alla basilica da San Leone Magno e San Gregorio Magno, il quale accrebbe il patrimonio della basilica con la tenuta "ad aquas Salvias", luogo del martirio di Paolo, destinandone la rendita, al mantenimento delle lampade. Altri restauri furono eseguiti da San Gregorio III, e da Adriano I, il quale aggiunse dell’oro all’argento degli altari. San Leone III ricostruì il tetto crollato a causa del disastroso terremoto dell’anno 801. Questa sequenza di restauri e d’abbellimenti durò, finché le orde saracene si abbatterono sulla basilica durante l’orribile devastazione dell’anno 846. Questa zona di Roma fu per molto tempo senza pace, quindi Giovanni VIII (872-882) fu costretto a fortificarla, così come, poco dopo, si creò, attorno a San Pietro la città fortificata che prese il nome di Leonina. Ma, mentre di quest’ultima ancora si conservano le vestigia, di Giovannipoli (città di Giovanni) come fu nominato il borgo sorto attorno alla Basilica di San Paolo, non si sa nulla, sennonché esso esisteva ancora al tempo di Gregorio VI, il grande Hildebrand. Questo papa energico cui la storia deve, con l’umiliazione dell’imperatore a Canossa, una delle pagine più forti e drammatiche mai scritte nei fasti della politica universale della Chiesa, fu, prima di cingere la tiara, abate ad interim del monastero Benedettino annesso alla Basilica. Gregorio VII, in seguito, restaurò e fece decorare la basilica con gran magnificenza, accettando l’aiuto pecuniario del patrizio Pantaléon Comite, console della colonia amalfitana di Costantinopoli. Quest’ultimo, per ordine del papa, s’incaricò di ordinare e trasportare la famosa porta di bronzo, modellata espressamente da un eccellente artista, Staurachio di Scio. Questa porta, la quale tra le sue sorelle bizantine, è una delle più antiche, di poco posteriore di quella del Duomo d’Amalfi, si conserva oggi nel salone della pinacoteca di San Paolo. Essa, nonostante il grave degrado sofferto durante l’incendio del 1823, rivela ancora la sua possente struttura nei suoi 54 riquadri di bronzo con arabeschi d’argento. Oltre alla porta, la Pinacoteca conserva anche la celebre Bibbia di Carlo, il Calvo, gioiello dei tesori del monastero, dono di Gregorio VII che la ricevé come pegno di pace, da Roberto Guiscardo. La storia del monastero non ebbe lo stesso rilievo di quello degli altri monasteri a causa della condizione preminente che avevano a Roma gli abati di San Paolo. Spesso la storia del monastero si confonde con la storia stessa del papato, condividendone il destino nella buona e nella cattiva sorte. Destino immenso dunque, e tuttora vivo nella storia della Chiesa. Lo stesso Gregorio VII, non ancora eletto al trono pontificio, ebbe nella sua cella del monastero un sogno premonitore della sua futura missione di incrollabile sostegno della Chiesa. Egli vide San Paolo, la spada abbandonata in un angolo, mentre con una scopa puliva la basilica; vedendolo, il Santo gli andò incontro dicendogli: " Coraggio! Sei tu che devi mettere in ordine la casa del signore in modo che essa brilli come il sole." Secoli dopo, il giovedì 15 del Gennaio 1377, Gregorio XI, liberato dalla prigionia di Avignone, toccò la porta di San Paolo sul Tevere. Egli passò la notte nel monastero ed il mattino seguente, celebrata la messa nella basilica in mezzo ad una folla plaudente, si apprestò, accompagnato da Santa Caterina da Siena, a riprendere possesso del seggio di Pietro, in Roma. Più tardi il cardinale Condulmier, futuro Eugenio IV, diresse il monastero tentando di ripristinarne il prestigio spirituale e temporale. In seguito all’insurrezione della plebe romana, sobillate dai Colonna e dai Visconti di Milano, Eugenio IV si rifugiò tra le mura del monastero. Successivamente, il papa dopo essersi travestito da monaco e con l’aiuto dei confratelli, risalì il Tevere in barca e arrivò ad Ostia, ove s’imbarcò su una galera che lo portò in salvo fino a Livorno. Tra i personaggi degni di nota, non dimentichiamo Carlo V, sovrano di Spagna che finì la sua vita in volontario esilio dal mondo. Costui, dopo il terribile sacco di Roma che provocò gravi danni alla basilica della Via Ostiense e al monastero di San Paolo, vi passò due giorni, il 3 e 4 Aprile 1556, prima di partire per incontrare papa Paolo III. Infine ricordiamo che il monastero di San Paolo ha sempre concorso in modo notevole, alle enormi spese delle Crociate e delle guerre contro i Turchi. Lo splendore medioevale della basilica di Teodosio, arricchito sotto Innocenzo III da un mosaico dell’abside, dal candelabro per il cero di Pasqua, e dal Chiostro decorato dai Cosmati, continuò ad arricchirsi nel corso del Rinascimento, sotto gli auspici, di Martino V e di Nicola V. L’antico colonnato dell’altare, fu demolito nella seconda metà del sedicesimo secolo, da Sisto V, per motivi di cerimoniale liturgico; il quale imponeva, infatti, che il Papa e i cardinali fossero visibili al popolo quando costoro erano assisi nell’emiciclo dell’abside durante le cerimonie solenni. Benedetto XIII e Benedetto XIV divennero a loro volta, dei validi protettori del tempio, e si servirono della collaborazione dei monaci della Congregazione di Santa Giustina, alla quale, dopo Eugenio IV, era stato dedicato il monastero, e, dopo il 1416 la cura della basilica. Ad ogni celebrazione del Giubileo, la basilica della Via Ostiense si riempiva di una folla di pellegrini ansiosi di avvicinarsi alla tomba dell’eroico compagno di Pietro, e nell’universo intero si diffuse l’eco della meraviglia di tanta ricchezza e magnificenza della Basilica di San Paolo. Dopo tanti secoli di vita, però, nella notte del 15 e 16 luglio 1823, un mandriano che cavalcava solitario attraverso la campagna, fiutò un acre odore di bruciato provenire dalla Basilica. Si drizzò sulla sella e vide, innalzarsi sull’ansa del Tevere, alla confluenza con l’Almone, un bagliore sinistro. Al galoppo, si diresse verso il monastero. I monaci si erano ritirati nelle loro celle dopo aver vegliato e pregato, per il papa in grave pericolo di morte. E nessuno di loro si era accorto che il braciere, lasciato acceso per gli idraulici che dovevano riparare le grondaie, stava per combinare uno dei peggiori disastri nei confronti della storia dell’arte e della cristianità. La lontananza dalla città, il vento che si alzò improvvisamente con impeto ostacolarono l’opera di salvataggio. In tre ore, di fiamme crepitanti, la gloriosa e robusta costruzione di Teodosio, non fu più che un fantasma di fumo e di brace. Il priore ebbe giusto il tempo di avventurarsi tra le fiamme per salvare il Santissimo Sacramento mentre il tetto crollava con un fracasso terribile, e i monaci e la popolazione costernati osservavano impotenti, l’immenso rogo che copriva ormai la tomba dell’Apostolo. Occorse attendere giorni e giorni, prima che le macerie si fossero raffreddate, ignorando che la tomba, insieme a qualche altra porzione dell’antica costruzione, fu rispettata dalle fiamme. Ma quest’incertezza, o piuttosto la tragica certezza che non si ritroverà più nulla, suggerì a tutti di tacere a papa Pio VII, morente, la triste notizia dell’incendio. Si racconta che il vegliardo, già molto scosso dall‘uragano napoleonico, morì nell’angosciosa visione di un vasto incendio, e, invocando tra le lacrime il suo amato San Paolo. Il Cardinale di Stato Consalvi impedì di abbattere le rovine e n’ordinò un’opera di selezione e di solidificazione. Leone XII, successore di Pio VII, nonostante le difficoltà finanziarie della Chiesa, non esitò ad intraprendere immediatamente la ricostruzione della basilica, lanciando al mondo cattolico l’enciclica "Ad primas atque gravissimas", affinché le offerte dei fedeli portassero l’enorme somma indispensabile per il restauro. Quanto ai modi di ricostruzione, le proposte proliferarono, così come molti furono i progetti e le conseguenti polemiche. Leone XII, però, tagliò corto, decidendo che la nuova basilica non dovesse distaccarsi dalla pianta a dalle dimensioni dell’antica basilica di Teodosio. Tra tutti gli architetti che si succedettero alla guida del gigantesco cantiere, ricordiamo Luigi Poletti che ebbe il merito di far tacere, le critiche, con la validità dei risultati ottenuti. Certo gli errori non potevano mancare in quest’opera, alla quale egli si dedicò per trentasei anni, dalla morte del suo predecessore Pasquale Belli. La morte non permise a Luigi Poletti di ultimare la sua opera, costruendo la facciata ed il quadriportico della Basilica. Gli architetti Vespignani e Calderini, tuttavia, portarono a termine il suo progetto senza alterarlo sensibilmente. A Poletti, dunque, dobbiamo rimproverare i difetti di un’architettura che non seppe sempre reagire all’influenza accademica della quale ebbe a soffrire il mondo culturale della metà del XIX secolo. Egli, infatti, non seppe rispettare certe necessità archeologiche, essendo l’architetto combattuto tra il peso della tradizione e le esigenze delle nuove idee. Ma è a Poletti che noi dobbiamo la soluzione di numerose difficoltà affrontate con coraggio e tenacia. Senza di lui, la cristianità non avrebbe più, il grandioso tempio di San Paolo che prosegue nei secoli la missione universale conferitagli dal sangue dell’Apostolo dei Gentili. Tutta questa storia vi è stata qui raccontata affinché avvicinandovi alla basilica sulla Via Ostiense e intravedendo la Basilica, da una prospettiva semicelata dai tubi dei caminetti e dalle antenne del quartiere operaio, voi possiate capire perché, nonostante la sua apparente nudità, essa provochi ugualmente una sensazione d’eterno, d’infinito e d‘antico.

PORTA SAN PAOLO A PIAZZALE OSTIENSE



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