dalle Memorie di Adriano, Marguerite Yourcenar, ed. Einaudi

L'amministrazione dell'Italia, lasciata per secoli alla mercé dei pretori, non era stata mai definitivamente codificata. L'Editto perpetua, che la regola una volta per tutte, data di quell’epoca della mia vita; da molti anni, ero in corrispondenza con Salvio Giuliano circa queste riforme; il mio ritorno a Roma ne affrettò il compimento. Non si trattava di privare le città italiane delle loro libertà civili; al contrario, su questo punto come su tanti altri, abbiamo tutto da guadagnare a non imporre con la forza una unità fittizia, anzi, mi fa persino meraviglia che municipi spesso più antichi di Roma siano così pronti a rinunciare ai loro costumi, talvolta pieni di saggezza, per assimilarsi in tutto alla capitale. Il mio fine era semplicemente dì diminuire quella massa di contraddizioni e di abusi che finiscono per far della procedura una boscaglia dove gli onesti non osano avventurarsi e dove prosperano i furfanti. Questi lavori mi costrinsero a spostarmi di frequente entro i confini della penisola. Soggiornai più d'una volta a Baia, nell'antica villa di Cicerone, che avevo comprata agli inizi, del mio principato; m'interessavo a quella provincia campana, che mi ricordava la Grecia. Nella piccola città di Adria sulla spiaggia Adriatica, donde quasi quattro secoli prima i miei avi erano emigrati in Spagna, fui insignito delle più alte cariche municipali in riva a quel mare tempestoso di cui porto il nome, ritrovai qualche urna di famiglia, in un colombario in rovina. Ripensavo a quegli uomini di cui non sapevo quasi nulla, ma dai quali discendevo, e la cui razza s'estingueva con me. A Roma, si adoperavano per ingrandire il mio colossale mausoleo, di cui Decriano aveva abilmente rimaneggiato la pianta; ci lavorano ancora oggi. L'Egitto m'ispirò quelle gallerie circolari, quelle rampe che declinano verso sale sotterranee; avevo concepito il piano d’un palazzo della morte, che non avrebbe dovuto esser riservato solo a me o ai miei successori immediati, ma nel quale sarebbero venuti a riposare gli imperatori futuri, separati da noi da prospettive di secoli; principi ancora da venire hanno così già il loro posto segnato nella tomba. Mi occupai altresì di ornare il sepolcro elevato nel Campo di Marte alla memoria di Antinoo, per il quale una nave piatta giunta da Alessandria, aveva scaricato obelischi e sfingi. C'era un nuovo progetto, che mi tenne occupato a lungo e mi ci tiene tuttora: l'Odeon, una biblioteca modello, munita di sale per lezioni e conferenze, destinata a costituire un centro di cultura greca a Roma. Non vi prodigai tanti tesori quanti ne profusi nella nuova biblioteca di Efeso, costruita tre o quattro anni prima, né la colmai dell'eleganza accogliente di quella di Atene. Di questa mia fondazione vorrei fare l'emula, se non l'eguale, del Museo d'Alessandria: lo sviluppo di essa, in futuro sarà compito tuo. Nell'occuparmene, penso spesso alla bella iscrizione che Plotina aveva fatto apporre sulla soglia della biblioteca istituita a sua cura in pieno Foro Traiano: «Ospedale dell'Anima». La Villa era ormai abbastanza a buon punto da potervi trasportare le mie collezioni, i miei strumenti di musica, le poche migliaia di libri acquistati un pò dovunque nel corso dei miei viaggi. Offrii una serie di feste in cui ogni cosa era prevista con cura, la lista delle vivande e il numero ristrettissimo dei miei ospiti. Ci tenevo che ogni cosa fosse in armonia con lo splendore pacato di questi giardini e di queste sale, che le frutta fossero squisite quanto i concerti, e il funzionamento dei servizi perfetto quanto il cesello dei piatti d'argento. Mi interessai per la prima volta alla scelta delle vivande: volli che si provvedesse a far venire le ostriche dal Lucrino e i gamberi fossero pescati nei fiumi della Gallia. In contrasto con la negligenza pomposa che troppo spesso distingue la tavola imperiale, stabilii,la regola che mi si mostrasse ogni piatto prima di offrirlo, sia pure all'ultimo dei miei commensali; insistetti per verificare personalmente i conti dei cuochi e dei trattori: a volte, ricordavo che mio nonno era stato avaro. Non erano ,ancora terminati né il piccolo teatro greco della Villa, né quello latino, un pò più vasto, ma vi feci ugualmente rappresentare qualche commedia. Per mio ordine, furono recitate tragedie e pantomime, drammi in musica e atellane. Mi piaceva soprattutto la ginnastica sottile delle danze, e scoprii d'avere un debole per le danzatrici con le nacchere, che mi ricordavano il paese di Gades, i primi spettacoli ai quali avevo assistito quando non ero che un bimbo. Amavo quel suono crepitante, le braccia levate, quei veli spiegati o ravvolti, quella danzatrice che cessa d'esser donna per diventare nuvola o uccello, onda o trireme. Per una di queste creature, ebbi persino una passíoncella di breve durata. Durante le mie assenze, non erano stati trascurati i canili e le scuderie, e ritrovai il pelo duro dei cani, il manto serico dei cavalli, la bella muta dei paggi. Organizzai qualche caccia in Umbria, sulle sponde del Trasimeno, o, più vicino a Roma, nei boschi di Alba. Il piacere aveva ripreso il suo ruolo nella mia vita; il mio segretario, Onesimo, mi serviva da fornitore, sapeva quando bisognava evitare certe affinità, quando, al contrario, ricercarle. Ma questo amante frettoloso e distratto non era troppo amato. A volte, m'imbattevo in un essere più tenero, più fine degli altri, qualcuno che valeva la pena di ascoltar parlare, fors'anche di rivedere; casi fortunati ma rari, per colpa mia, senza dubbio. Di solito, mi bastava placare, o ingannare, la mia fame. In altri momenti, mi accadeva di provare un’indifferenza da vegliardo per quei giochi. Nelle ore d'insonnia, percorrevo i corridoi della Villa, erravo di sala in sala, a volte importunavo un artigiano intento a mettere a posto un mosaico; passando, esaminavo un Satiro di Prassitele; mi fermavo davanti ai simulacri del morto. Ogni stanza aveva il suo, ogni portico perfino. Facevo schermo con la mano alla fiamma della mia lampada; sfioravo con un dito quel petto di pietra. Questi confronti rendevano più arduo il compito della memoria; scostavo come una tenda il candore del marmo pario e del pentelico, risalivo alla meglio da quei contorni immobili alla forma viva, dal freddo marmo alla carne. Proseguivo nella mia ronda; la statua interrogata ripiombava nell'oscurità; a pochi passi da me, la lampada mi rivelava un'altra immagine; quelle grandi figure bianche non si distinguevano quasi dai fantasmi. Pensavo amaramente agli esorcismi mediante i quali i sacerdoti egizi avevano attirato l’anima del defunto dentro i simulacri di legno di cui si servono per il loro culto; avevo fatto anch’io come loro, avevo stregato pietre che mi stregavano a loro volta; non sarei sfuggito mai più a quel silenzio, a quel gelo che ormai mi era più vicino che non il calore, la voce dei vivi; guardavo quasi con rancore quel viso insidioso, dal sorriso sfuggente. Ma, poche ore dopo, nel mio letto, risolvevo d'ordinare a Papias di Afrodisia una nuova statua; avrei voluto un modellato più esatto delle gote, là dov'esse, insensibilmente, s'incavano sotto la tempia, un'inclinazione più lieve del collo sulla spalla; alle ghirlande di pampini e ai fermagli di pietre preziose avrei sostituito questa volta lo splendore dei riccioli nudi. Non dimenticavo mai di far scavare all'interno quei bassorilievi o quei busti per diminuirne il peso, e renderne più agevole il trasporto. Di queste immagini, le più somiglianti mi hanno accompagnato dovunque; non m'importa neanche più che siano belle oppure no. La mia vita, in apparenza, era normale; mi dedicavo con impegno sempre maggiore al mio mestiere d'imperatore, infondendo in quel compito forse un discernimento maggiore del fervore d'altri tempi. Avevo un poco perduto il gusto delle idee e degli incontri nuovi, e quell'agilità di spirito che un tempo mi consentiva di associarmi al pensiero altrui, di profittarne anche giudicandolo. La curiosità, nella quale una volta ravvisavo la molla intima del mio pensiero, uno dei fondamenti del mio metodo, non si esercitava più che su particolari molto futili; aprii lettere destinate ad amici, che se ne offesero; ma quell'occhiata ai loro amori e alle loro baruffe di famiglia mi divertì solo per un istante. Del resto, vi si mescolava un'ombra di sospetto: per qualche giorno, fui in preda alla paura del veleno, quel terrore atroce che un tempo avevo scorto nello sguardo di Traiano malato, e che un principe non osa confessare, poiché sembra grottesco, sino a che gli eventi non lo hanno giustificato. Sorprende un'ossessione del genere in un uomo immerso d'altro canto nella meditazione della morte; ma, in fin dei conti, non pretendo d'essere più coerente di chiunque altro. Di fronte a stupide inezie, a bassezze banali, mi coglievano furori segreti, impazienze selvagge, un disgusto dal quale non escludevo neppure me stesso. In una delle sue Satire, Giovenale osò insultare il mimo Paride, che mi piaceva: ne avevo abbastanza di quel, poeta ampolloso e corrucciato, non mi piaceva il suo grossolano disprezzo per l'Oriente e la Grecia, le sue affettate simpatie per la cosiddetta austerità dei nostri padri, e quel miscuglio di descrizioni particolareggiate del vizio e declamazioni inneggianti alla virtù che stuzzica i sensi del lettore e ne rassicura l'ipocrisia. Nella sua qualità di letterato, aveva diritto però a certi riguardi, e lo feci chiamare a Tivoli per comunicargli di persona il decreto d'esilio. Questo spregiatore del lusso e dei piaceri di Roma ormai potrà studiare sul posto i costumi della provincia; i suoi insulti a Paride avevano segnato il termine della sua commedia. Nella stessa epoca, Favorino si insediò nel suo comodo esilio di Chio, dove abiterei volentieri anch'io, ma donde non poteva raggiungermi la sua voce pungente. Pressappoco nello stesso lasso di tempo, feci cacciare ignominiosamente da una sala del banchetto un mercante di saggezza, un sordido cinico che si lamentava di morir di fame, come se quella genia meritasse di meglio; mi divertii un mondo quando vidi quel chiacchierone piegato in due dalla paura svignarsela tra l'abbaiare dei cani e gli scherni canzonatori dei paggi; la canaglia dei filosofi e dei letterati non m'imponeva più alcuna soggezione. Ogni minima delusione della vita politica mi esasperava precisamente come, alla Villa, il più leggero dislivello d'un pavimento, la più piccola sbavatura di cera sul marmo d'una tavola, il minimo difetto d'un oggetto che si vorrebbe immune da imperfezioni, esente da impurità. Un rapporto di Arriano, nominato recentemente governatore della Cappadocia, mi mise in guardia contro Farasmane, che, nel suo piccolo regno sulle coste del Mar Caspio. continuava quel doppio gioco che ci era costato tanto caro sotto Traiano. Quel reuccio spingeva insidiosamente verso le nostre frontiere orde di barbari alani; i suoi conflitti con l'Armenia compromettevano la pace in Oriente. Convocato a Roma, si rifiutò di recarvisi, come già quattro anni prima si era rifiutato di assistere alla conferenza di Samosata. Per tutta scusa, m'inviò un omaggio di trecento abiti d'oro, vesti regali che feci indossare nell'arena ad alcuni criminali dati in pasto alle belve. Questo gesto inconsulto mi appagò come quello d'un uomo che si gratta a sangue. Avevo un segretario, personaggio mediocre, in verità, che tenevo al mio servizio perché conosceva a fondo il protocollo della cancelleria, ma che m'irritava per la sua sufficienza arcigna e testarda, il suo sdegno per le innovazioni, la mania di cavillare senza fine su minuzie superflue. Un giorno, quell'imbecille m'irritò più del solito; levai la mano per colpirlo; disgraziatamente, brandivo uno stilo, che gli accecò l'occhio destro. Non dimenticherò mai quel suo urlo di dolore, quel braccio goffamente alzato per parare il colpo, quel viso stravolto dal quale colava copioso il sangue. Feci chiamare immediatamente Ermogene, che gli prestò le prime cure, poi fu consultato l'oculista Capito. Ma invano; l'occhio era perduto. Pochi giorni dopo, quell'uomo riprese il suo lavoro; una benda gli traversava il volto. Lo invitai alla mia presenza; gli chiesi umilmente di fissare lui stesso il compenso che gli era dovuto. Mi rispose con un sorriso malvagio che mi chiedeva una cosa sola, un altro occhio destro. Finì tuttavia per accettare una pensione. Lo tengo tuttora in servizio: la sua presenza mi serve di ammonimento, forse di castigo. Non avevo desiderato accecare quel disgraziato. Ma non avevo desiderato neppure che un fanciullo che m'amava morisse a vent'anni.
da Memorie di Adriano, Marguerite Yourcenar, ed. Einaudi

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