Rinascita e scoperta dell’antico
Nel XIV e nel XV secolo, la descrizione dei monumenti romani, divenne il genere letterario prediletto da umanisti quali: Cola di Rienzo, Poggio Bracciolini, Flavio Biondo, Pomponio Leto, Leon Battista Alberti, Francesco Colonna. Contemporaneamente videro la luce i grandi trattati topografici del cinquecento quali quelli d’Andrea Fulvio, Lucio Fauno, Bartolomeo Marliani, Pirro Ligorio.
Nel 1407, due artisti fiorentini del Rinascimento: Filippo Brunelleschi e Donatello, furono i primi ad affrontare una vera e propria serie di scavi archeologici tra le rovine di Roma. I due artisti ricostruirono planimetrie e tracciarono rilievi di statue, preferendo, in tal modo, un approccio diretto e concreto con l‘opera classica, piuttosto che una trattazione teorica ed erudita. E’ questa nuova impostazione nei confronti del mondo antico, nata nel Cinquecento, che fece nascere un rinnovato interesse per le cose e per la loro ricerca.
Nel 1456 furono ritrovate le Tavole Eugubine di bronzo, incise in antica lingua umbra.
Nel 1485 fu ritrovato sulla Via Appia il sarcofago contenente il corpo quasi intatto di una fanciulla.
Nel 1489 fu ritrovata a Tarquinia una tomba intatta piena d’oggetti d’oro.
Nel 1493 furono aperti e visitati a Roma, sotto il Colle Oppio, gli ambienti della "Domus Aurea".
Nel 1506 fu ritrovato, il gruppo marmoreo del Laocoonte, che, restaurato da Michelangelo, divenne con l’Apollo del Belvedere, la statua più ammirata dell’antichità.
Seguirono, nel corso del XVI secolo, scoperte sempre più frequenti e clamorose: la statua del Nilo, il « Toro Farnese », i Niobidi; la tomba dell'imperatrice Maria moglie d’Onorio, con tutta la sua suppellettile preziosa; le prime catacombe; la Villa Adriana presso Tivoli; la Chimera di bronzo d’Arezzo (restaurata da Benvenuto Cellini), e così via. I Farnese incoraggiarono scavi archeologici sistematici che ebbero come oggetto: le Terme di Caracalla e il Foro Romano, mentre il topografo Pirro Ligorio, lavorò a Roma e a Villa Adriana a Tivoli. Il papato non rimase insensibile a questi nuovi ritrovamenti archeologici. Già dagli inizi del secolo, Papa Leone X, aveva nominato Raffaello commissario delle antichità di Roma; nel 1471 poi, Sisto IV, raccolse nel Palazzo del Campidoglio, statue famose provenienti dal Laterano come la Lupa Capitolina e lo Spinario. Altri centri museali si formarono alle corti dei principi del Quattrocento, come quella degli Aragonesi a Napoli, di Lorenzo dei Medici a Firenze, dei Gonzaga a Mantova. Nel 1506, Giulio II, creò il museo del Belvedere in Vaticano, e, creazione che diede impulso alle grandi raccolte cardinalizie romane: dei Medici, dei Chigi, dei Della Valle e dei Farnese. La scoperta dell’antico, il mecenatismo per le arti e per gli studi, dovevano in breve tempo dilagare dall’Italia. I principali centri d’irradiamento di questa nuova corrente culturale furono, in Italia, Roma, Firenze, Venezia, in Europa, come ad esempio alla corte di Francesco I, nelle residenze dei principi tedeschi a Monaco, a Vienna, ecc. Tuttavia, in tanto amore per l’arte classica, è antitetico l’atteggiamento degli artisti del Rinascimento nei riguardi dei monumenti architettonici antichi. Il Cinquecento portò a distruzioni intenzionali quali non erano state compiute per tutta la durata dei secoli del medioevo: Il Colosseo fu devastato per fornire materiale alle costruzioni di Pio II (il raffinato umanista Enea Silvio Piccolo.mini); La demolizione della vecchia basilica costantiniana di S. Pietro, fu compiuta senza scrupolo o rimpianto, segnando la perdita d’innumerevoli tesori dell'arte della tarda antichità; La fabbrica della nuova basilica attinse pietre da tutti i monumenti di Roma e soprattutto dal Foro Romano e dalle Terme di Caracalla; Il piano regolatore di Sisto V allineò le sue strade facendo strage, tra l'altro, delle Terme di Diocleziano e del Septizonium di Settimio Severo. A questo violento spirito costruttivo che comportò la distruzione d’importanti testimonianze archeologiche, si oppongono atteggiamenti rispettosi della storia e dell’antichità. Nella costruzione della Rocca Paolina a Perugia, il Sangallo lasciò intatto il prospetto dell’antica porta Marzia. Paolo III pubblica una bolla di protezione dei beni archeologici; la protesta d’alcuni dignitari romani, appoggiata dall’architetto Domenico Fontana, indusse papa Sisto V ad evitare la distruzione della tomba di Cecilia Metella e dell’arco di Giano al Velabro. Il Barocco sembra aver ereditato il culto dell’antico del Rinascimento inteso come richiamo alle virtù e alla grandezza di Roma; scoperte archeologiche di monumenti e sculture continuarono ad alimentare studi e nuove raccolte di principi e cardinali (Ludovisi, Barberini, ecc.). Mentre, Pier Sante Bartoli e Gian Pietro Bellori, pubblicano i loro studi sulla topografia romana, continuano gli scempi e le distruzioni di beni archeologici. Vengono, infatti, abbattuti in questo periodo: il Tempio di Minerva nel Foro di Nerva, l’Arco di Portogallo, la Basilica di Giunio Basso, mentre Urbano VIII fa spogliare la cupola del Pantheon dalla sua copertura di tegole di Bronzo. Tuttavia, se noi paragoniamo la civiltà del Seicento all‘« età d’oro » del Rinascimento, è evidente che lo slancio vivo, spontaneo, ricco di contenuto ideale, che tra il XV secolo e l’inizio del XVI mosse persone di tutti i ceti, sapienti, artisti, uomini di Stato, semplici privati, all’ammirazione dei monumenti e alla ricerca delle antichità tende ad affievolirsi e a trasformarsi a poco a poco in gusto letterario, erudito o mondano. L’avvento delle grandi monarchie europee, e l’affermarsi dell'assolutismo, fa del collezionismo antiquario l’ostentazione della magni.ficenza e del paternalismo culturale dei sovrani. L'esempio più famoso di scavi attuati come gloria dinastica è quello dell’esplorazione di Er.colano_ e di Pompei, le città campane sepolte dall'eruzione del Vesuvio del 79 d. C. Già nel 1592, durante i lavori di costruzione del canale del Sarno (durati fino al 1600), eseguiti sotto la direzione dell’architetto Domenico Fontana, nella collina della Civita si portano alla luce alcuni resti della città antica di Pompei, ma la scoperta non è divulgata.
Nel 1637 Lucas Holstein e Camillo Pellegrino, tra il 1637 e il 1651, identificano la collina della Civita con l’antica Pompei, ma prevale l’ipotesi che vede nel sito l’antica Stabiae.
Nel 1709 il principe d’Elboeuf esegue i primi scavi nell’area in cui sorgeva l’antica Ercolano.
Nel 1738 il 22 ottobre iniziano gli scavi ufficiali ad Ercolano, sotto la direzione dell’ingegnere militare Roque Joaquin de Alcubierre.
Nel 1748 il 28 marzo iniziano gli scavi ufficiali a Pompei; in circa cinquant’anni di sterri, si portano alla luce molte abitazioni private e gran parte del Foro triangolare. Alcuni edifici, come l’anfiteatro, sono parzialmente scavati e quindi ricoperti. Intorno alla metà del secolo s’interrompono gli scavi d’Ercolano, difficili da eseguire e molto costosi perché praticati per cunicoli e non a cielo aperto.
I tesori archeologici rinvenuti furono fin dalla prima metà del Settecento per volontà dei Borboni di Napoli e raccolti a costituire, dapprima a Portici, poi (dal 1822) a Napoli, uno dei più grandi musei d’antichità tuttora esistenti nel mondo. Intorno alla metà del Settecento cominciò ad affermarsi, a Roma, un rinnovato impulso classicistica negli studi e nelle arti. Germogliato intorno alla cerchia del Cardinale Alessandro Albani, esso fu ispirato da Giovanni Gioacchino Winckelmann, fondatore della storia dell’arte classica. La società contemporanea tornò ad ispirarsi ai modelli antichi; dai quali trassero ispirazione la rivoluzione francese e l'impero napoleonico; nacque così l'arte neoclassica europea. L’archeo.logia greco-romana n’ebbe, uno straordinario impulso di ripresa: non soltanto negli scavi, a Roma, intorno a Roma, in Ita.lia e fuori d’Italia. Dall’esaltazione e dalla raccolta dei capolavori antichi (trattati persino da Napoleone come prezioso bottino di guerra), scaturì la formazione dei nuovi grandi musei del Vaticano e del Louvre a Parigi, di Monaco di Baviera; ma anche e soprattutto il rinnovamento critico degli studi d’antichità e d’arte classica, al quale appartennero, dopo il Winckelmann, i nomi illustri d’Ennio Quirino Visconti, di Carlo Fea, d’Antonio Nibby.
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