DISCORSO RECITATO
NELL'APRIMENTO DELLA NUOVA CATTEDRA
DELLE BELLE LETTERE

Il discorso fu letto dal Parini nel 1769, come prolusione all’insegnamento delle Belle Lettere presso le Scuole Palatine, alla presenza del conte Firmian. Il discorso è interessante perchè prelude al trattato su I Principii, e perchè enuncia il concetto tipicamente settecentesco della "comunicabilità delle arti".

La materia delle Belle Lettere, che io il primo e la prima volta, per singolare beneficenza della Sacra Cesarea Maestà di Maria Teresa augusta nostra sovrana, son destinato a insegnar pubblicamente nella mia patria, quanto da una parte mi sgomenta coll'estrema sua delicatezza e colla illimitata sua vastità, tanto mi conforta, dall'altra, e mi fa andare superbo per lo vantaggio grandissimo che può essa produrre ne' miei concittadini, qualora le mie forze non sieno di troppo inferiori al fervido zelo che ho di bene ed utilmente trattarla. L'oggetto, che la illuminata provvidenza di Maestà ha avuto erigendo la cattedra delle Belle Lettere in queste Pubbliche Scuole, si è di formare, di promuovere, di propagare il buongusto nella nostra patria, e d'eccitare e di spingere al volo il genio nascente della gioventù; acciocché dietro alla scorta de' grandi esempii, disdegnando la infelice, mediocrità ed elevandosi coi sentimenti e coll’immaginazione, produca, sia nelle Lettere sia nelle Belle Arti, opere degne della grandezza di questo secolo, innalzi la sua patria al pari delle più colte nazioni, e formi la gloria di se medesima e del principe, che l'ama, che la coltiva e che l’assiste con tanta cura e con tanta munificenza. Di fatti finché non si giugne a rivolger l’affetto, l’ambizione e la venerazione de’ cittadini ad oggetti più sublimi, che non sono la vana pompa del lusso o la falsa gloria delle ricchezze, mai non si destano gli animi loro, per accorgersi che ci è un merito, che ci è una gloria infinitamente superiore; mai non si sollevano a tentar cose grandi, a segnalarsi nella lor patria, e ad aver la superbia di distinguersi, benché nudi, fra l'oro e le gemme che circondano gli altri. Ora le Belle Lettere sono quelle che più d'ogni altra cosa contribuiscono a ben dirigere la innocente e perciò più agevolmente pieghevole ambizione de' giovani; imperocché, proponendo esse gli eccellenti originali, e per questo mezzo facendo sentir i pregi del Bello e del Vero, rapiscono le anime nostre, e le eccitano possentemente a trovarli ed a produrli; o almeno, accostumandoci a gustarli, e con essi occupandoci nobilmente, ci distolgono dall'ozio e dalle passioni perniciose alla umana società, ne richiamano a senti.menti più grandi e sublimi, e ne avvicinano alla virtù. Ma io abuserei troppo delle circostanze di questo luogo e di questo tempo, se volessi prendere a dimostrare quanto giovino le Belle Lettere a tutti gli altri studii della gioventù, alla civile conversazione, ai costumi, alla comune benivolenza degli uomini, alla probità, alla virtù, ed allo stesso eroismo de' cittadini. Dall'altra parte io direi cose troppo note all'anima delicata di questo saggio Ministro che mi onora della sua presenza; a questo rispettabile Magistrato, costituito moderatore della parte più nobile e più importante del governo, cioè gli studii de' cittadini; a voi finalmente, o illuminati ascoltatori, i quali tutti sapete per pruova quanto la conoscenza de' grandi originali e il bongusto formato con lo studio delle Belle Lettere abbiano contribuito alla soavità de' vostri costumi ed alla nobiltà ed allo ingrandimento degli animi vostri. Io mi ristrignerò adunque a ragionar brevemente del vantaggio che lo studio delle Belle Lettere produce nella civile società, risguardandolo per un sol capo, forse meno avvertito comunemente e men sentito degli altri; e questo sarà della influenza che hanno le Belle Lettere, l’Eloquenza, la Poesia nel progresso e nella perfezione di tutte le altre arti che si chiamano Belle. Cosi spero che, invitata in tanto maggior numero la frequenza degli uditori, avrò la consolazione di veder per mio mezzo e a pro della mia patria diffondersi con ampiezza tanto maggiore il frutto di questa nuova sovrana beneficenza. Quella vastità, quella vivacità, quella forza dell'immaginazione, per cui, al servigio d'un talento creatore, si rappresenta quasi in un sol colpo tutta la natura; quella prontezza, quella momentaneità, di cogliere i finissimi rapporti delle idee, che alla comune degli uomini paiono separate da un'infinita estensione, per poi di tutto questo crearne a propria voglia una interessante novità; quell'attitudine ad esprimere con verità, con evidenza, con predominio l'immagine conceputa, in modo che sorprenda, che muova, che piaccia; quell'estro, quell'entusiasmo, quel genio finalmente, sentito assai meglio che dai filosofi definito, si va lungamente preparando nelle segrete officine della natura, finché, o per opera di mille impercettibili combinazioni da se medesimo prorompe, o per industria, che vi si applichi, vien suscitato. Invano gli Egiziani, i Babilonesi, i Fenicii, gli Assirii, sebbene fossero già di molto inoltrati nelle cognizioni della politica e della morale, invano avevan tentato, molti secoli prima de' Greci, di fabbricarsi un Bello col loro talento e colle lor mani. Siccome non conoscevano essi la via che ve li poteva unicamente condurre; cosi ogni lor passo non era che un più avanzarsi nelle tenebre, oppure un ricalcare le orme già fatte. I Greci medesimi più antichi, che appreso avevano da quelle nazioni, erano precisamente nel caso di esse, e, dopo lunghe e replicate pruove, ridotti a ricopiarsi continuamente, ed a credere che non si potesse andare più oltre, appunto in quella guisa che i Peruani nell’America e i Cinesi nell’Asia non sonosi mai potuti avanzare d’un passo verso quel Bello che è l'oggetto ed il fine delle Belle Arti. Due cose conviene di fare in una nazione in cui si desideri di veder suscitato il genio e promosso il bongusto per le Belle Arti: la prima si è di proporre agl'ingegni la via che dee tenersi per bene e lodevolmente riuscirvi; l'altra è di fare in modo che il loro gusto non si corrompa, per amore di nuovi cibi e piccanti, e non venga per conseguenza ad abbandonar quel Bello, che è bello universalmente e perpetuamente. Ma, per ottenere questi due fini, di suscitare il genio e di promuovere il bongusto nelle Belle Arti, niuna cosa è più efficace che quella di proporre alla nazione soli e continuamente gli esemplari sublimi ed originali; giacché fa di mestieri di commuovere e di riscaldar fortemente l'immaginazione de’ giovani, acciocché intraprendano la loro carriera, prima che di correggerli e di frenarli, perché non precipitino in essa; in quel modo che si suol fare d'un focoso cavallo, al quale si lascia alcun poco libero il corso, per poterlo dipoi più utilmente moderare. Tale è la forza degli eccellenti esemplari sullo spirito umano,che, alla proposta di essi, coloro medesimi i quali, sia per natura, sia per educazione, fatti non sono per esser creatori, si commovono altamente nel contemplarli, e s’empiono d’un generoso ardire, e par loro che sul momento darebbon di piglio alla penna od al pennello, e scriverebbono come Virgilio o dipingerebbero come Tiziano; se non che, al togliersi loro davanti l'oggetto che li riscaldava, troppo presto ritornano in calma gli spiriti loro, e, mancando l'esteriore aiuto, non sa più la lor fantasia sostenersi da se medesima sulle deboli piume. Ma quegli uomini singolari, che son destinati a fissare un’epoca solenne nel periodo delle Belle Arti, ed a formare in perpetuo una tanto più grande quanto più innocente superbia delle nazioni; quegli uomini fortunati, ne' quali o il concorso d’infiniti accidenti nell’educazione, o un parziale temperamento della natura, o amendue queste cose insieme, avevano preparato una, per così dire, materia incendiabile, che aspettava l'urto e lo sfregamento; quelli sono che immediatamente si scuotono alla vista degli eccellenti esemplari, che s'infiammano efficacemente e intraprendono la loro carriera, sicuri di stamparvi delle vestigia indelebili luminose, e di volar per essa alla immortalità. Ma, conciossiaché le Belle Arti abbiano una somiglianza ed una relazione grandissima fra esse, perché hanno principii comuni e perché i loro seguaci concorrono tutti ad un medesimo fonte, cioè la Bella Natura, che tutti si prefiggono d’imitare e d'esprimere; quindi è che tutte reciprocamente influiscono nel progresso delle altre. L'unità, per esempio, la varietà, la simmetria, la chiarezza, la verità, la sublimità, l'espressione, che sono principii del poeta e dell’oratore, sono a un tempo medesimo del musico, del dipintore, dello scultore, dell'architetto; e quindi è che gli eccellenti esemplari, i quali perciò appunto sono eccellenti perché sono fatti dietro a questi principii, hanno una comune alleanza fra essi, nel modo che, per la stessa ragione, i dipintori, gli scultori, gli architetti, i musici, i poeti, gli scrittori eccellenti, anche nel cotidiano uso della vita, conversano agevolmente, e volentieri, li stringono amicizia insieme, e si comunicano i loro pensieri, sopra le rispettive arti loro, e contraggono somiglianti costumi e maniere. Non è adunque da dubitare che gli eccellenti esemplari della pittura e della scultura, non solo vagliano di stimolo e d'istruzione al dipintore ed allo scultore, ma che infiammino eziandio bene spesso il poeta e lo scrittore, giovino a divenir più valente nell'arte sua. Non pertanto convien confessare che né la pittura, né la scultura, né le altre arti, che vanno al nostro cuore per via dell'occhio, non possono gran fatto servire alla perfezione dell'eloquenza e della poesia, alle quali si riferiscono tutte le opere che si chiamano d'immaginazione e di sentimento; e ciò, a mio parere, per due ragioni. La prima di queste, e la più ovvia, si è che le opere del pennello e dello scarpello non sono facilmente traducibili di luogo in luogo, e sono manco atte ad esser divulgate e multiplicate col genuino loro carattere fra le nazioni. L'altra e la più forte si è che, non valendo né la pittura né la scultura se non a cogliere un istante circoscrittissimo dell'azione o della passione, ed a rapresentarlo colla verità che gli conviene nella tela o nel marmo non possono esse altro fare fuorché un impressione momentanea sul nostro spirito; e siccome questo momento indivisibile non ammette successione veruna, e per conseguenza nessun cambiamento d'affetti e d'espressione, noi non torniamo cosi facilmente alla contemplazione dell'oggetto che prima ci era piaciuto, o non vi torniamo colle innocenti disposizioni di prima. Ma tutto altrimenti accade delle opere d'eloquenza, di poesia, e di tutte in somma le opere d'immaginazione o parlate o dipinte col segno della parola. Siccome queste rappresentano azioni e passioni successive, che camminano per gradi e vanno di passo in passo crescendo; e queste passioni massimamente conducono seco varie gradazioni d'interesse, e per conseguenza corredo sempre diverso di sentimenti e d'immagini, e progressiva e continua novità ne’ modi e ne’colori dell'espressione; cosi, colle replicate loro ma sempre diverse scosse, richiamano continuamente per la via del cuore, l'attenzione del nostro spirito, esercitano lungamente la nostra facoltà di sentire, e la rendono più delicata e più agevolmente alterabile alla presentazione del Bello. Alle quali frequenti e dolci perturbazioni dell'animo si risente, si sveglia la fantasia del giovane artista; crea egli, anche non volendo, delle immagini conformi, sente la ricchezza delle proprie forze; finalmente, subentrando l'amor della gloria, tenta, riesce, si applaude e grida coll'immortale Correggio : - Io son pittore anch'io. - Aggiungasi che, per agevolar tanto più questo, per così dire, nobile innestamento dell'entusiasmo, sono troppo facili a multiplicarsi ed a divulgarsi gli eccellenti esemplari dell’eloquenza e della poesia; e possono essi, per mezzo della scrittura, volare inalterabili da un capo all’altro della terra; e passar sotto gli occhi e penetrar per gli orecchi di tutti, e, in un’arte o nell’altra, risvegliar dei talenti che senza di questo avrebbon perpetuamente dormito. Io non rifletto giammai a quella famosa età della Repubblica d'Atene, nella quale si vide, quasi in un momento, sorgere e perfezionarsi ogni bell'arte, diffondersi l‘ordine, l‘eleganza, la venustà, la magnificenza sopra tutto il materiale della città, e nel tempo medesimo l'eloquenza, la gentilezza, la soavità, la benivolenza, l'atticismo finalmente, spargersi per tutte le case, e formare il carattere di tutti i cittadini; io, dissi, non rifletto giammai a quella famosa età, che non mi paia di vedere il facondo Pericle cosi ragionare al popolo ateniese. "O Ateniesi, onde viene questa felice rivoluzione, che io veggo quasi subitamente esser seguìta fra voi ? Onde questi portici, che con tant'ordine, con tanta varietà, con tanta grandezza, ombreggiano le vostre piazze, e sorprendono insieme e rapiscono i vostri sguardi ? Onde questi tempii, queste gallerie, questi teatri, dove l'ordine e l’ornamento, temperando la mole e rompendo l'uniformità e alleggerendo la gravezza, solleticano, non istordiscono, l’immaginazione e appagano gli animi vostri mentre gli occhi non si stancano di mirare ? Onde queste statue, dove la regolarità, l’armonia, la verità, la morbidezza, le grazie, regnano per ogni parte ? Onde questa Minerva, madre vostra, che dall’altare ov’è collocata spira la grandezza ? e questo Giove Olimpio, la cui maestà agguaglia lo Dio e accresce la religione de’ popoli ? e questa Venere, o giovani ateniesi, che v'empie di fuoco col nudo suo marmo, e vi tranquilla insieme e vi tien lontani con quell'aria di pudore e di semplicità ? -Chiedete, o Ateniesi, ai vostri non ancor decrepiti padri qual fosse Atene nel tempo della loro fanciullezza. I loro edifici portavano in fronte il suggello della rozza necessità che gli aveva innalzati; i loro tempii più venerandi erano capanne coperte di lauro. Vedete l'Areopago, dove si ricoveravano una volta coloro che voi ancora stimate l'unica tutela de' cittadini, vedetene le rovine di travi informi e di creta, spogliate di quella maestà che pure è solita di sedere e di farsi più grande fra le rovine. Chi è, chi è, o Ateniesi, che ha cagionato questo così subito, cosi grande, così fortunato cambiamento fra voi ? Forse la sagacità, lo studio, l'applicazione de' Greci. Ma che fecero questa sagacità e questo studio in tanti secoli che scorsero prima di Solone ? Forse l'esempio delle vicine nazioni ? E come potevano i Greci, fra l'enormi e prodigiose masse dell'Asia e dell'Egitto, dove non altro si ammira fuorché la pertinacia delle adunate e replicate forze degli uomini, imparare a congiugner così felicemente alla maestà l'eleganza, e la delicatezza alla solidità ? Qual vicinanza trovate voi mai fra quelli sforzi bizzarri e giganteschi e questa regolarità, quest'ordine, questa sublime, questa magnifica armonia, che voi con gli occhi state bevendo nel punto medesimo che vi parlo ? Dunque un subitaneo entusiasmo si è acceso, fra i Greci; dunque da esso, quasi da un monte gravido di sotterraneo fuoco, sono scoppiate per ogni parte le scintille del genio e del bongusto, che avvampano tutta la nazione. Vi sovviene, o Ateniesi, di Pisistrato, di quell'uomo eccellente, in cui amaste ogni cosa, fuorché il nome della tirannide ? Vi sovviene d'Ipparco, figliuolo di lui ? Vi sovviene che il padre con infinita diligenza raccolse certi poemi che andavano tronchi ed oscuri per le provincie della Grecia, e che il figliuolo ordinò che fosser cantati a tutta la Grecia ne' giuochi del popolo e della gio.ventù ? Voi m'intendete, o Ateniesi. Omero, Omero fu quegli che sparse tanta luce in Atene, che nobilitò di tanti difficili tesori la vostra patria, che vi fece conoscere il Bello, che vi accostumò a gustarlo. Che altro erano mai, prima che le costui opere fossero divulgate, i lavori del nostro scarpello e del nostro pennello, che altro erano mai, fuorché mutoli sforzi di quella naturale tendenza che ha l'uomo all'imitare, fuorché aridi contorni dalla sgraziata precisione delle linee presentati agli occhi nostri ? Noi sentivamo, è vero, mancar qualche cosa alle anime nostre; noi sentivamo che, per rimedio della nostra noia, ci doveva esser qualche cosa di tranquillo dell'amore e dell'ambizione; che ci era un Bello creabile anche da noi; che, fra i lavori della nostra mano e fra gli edificii da noi innalzati, ve n'era uno, ve n'era una parte, che agli occhi nostri piaceva, ma non si poteva da noi indovinare come ciò fosse. Tornava il nostro scarpello ad imitare, ma le sue imitazioni non avevano né moto né vita. Noi andavamo in traccia di nuovi ornamenti, ma questi ornamenti o erano un nuovo capriccio che ci dispiaceva, o un'imitazione de' primi che ci erano dispiaciuti. Ma, quando questo cieco, per opera di Pisistrato e del figliuolo, fu a voi ben noto, o Ateniesi, fu egli che tolse il velo dagli occhi vostri, che lo squarciò dal viso della natura, e vi disse: - Mirate, scegliete, imitate : qui sta il Bello: ma questo corpo è troppo immenso e voi gli siete troppo vicini per veder la bellezza del suo tutto : approssimate le belle parti disperse, componete le simili, e colle vostre mani medesime creerete un nuovo Bello. Così mi sembra che Pericle dica; e tale fu veramente l'opinione universale de' Greci, i quali non solo giudicarono che da Omero derivasse in quelle famose repubbliche il bongusto in tutte le Belle Arti, ma eziandio i più sublimi principii delle scienze, e tutta quanta insieme la prudenza delle cose della guerra e di quelle della pace. Ma, comunque sia di tutto ciò, a noi basti di poter con verità asserire che prima che Pisistrato, grandissimo amatore delle Belle Lettere, rendesse celebri le opere d'Omero, l'architettura, la scultura e la pittura massimamente non meritavano il titolo di Belle Arti fra i Greci; che subito dipoi gli artisti, quasi a gara, si diedero allo studio d‘Omero; e che in un secolo solo immediatamente successo a Pisistrato, vi salirono le arti a quell'estremo grado di perfezione che, quantunque prevenuti per l'età nostra, noi non possiamo a meno di non ammirare e di non seguir tuttavia per modello. La presentazione adunque de' grandi esemplari della poesia d’Omero fu potentissima e memoranda tra le altre cagioni e naturali e politiche che produssero un cosi repentino ingrandimento delle arti fra i Greci. I fanciulli, al dir di Senofonte, appresero a mente i versi d'Omero; il giovane pensò grande.mente come il poeta; si elevò l'anima di lui, trasfuse questa elevazione nelle opere, fece delle cose grandi, e fu ben presto annoverato fra i primi uomini della nazione. Così la tragedia, passata essendo dal carro narrativo di Tespi `s a pigliare il movimento e la forma dell'azione con Eschilo divenne in un baleno grande, sublime e perfetta con Sofocle. Cosi le altre arti dall’arida e muta copia si sollevarono repentinamente alla grande, alla bella imitazione; e, con Fidia, con Policleto, con Alcamene, espressero sublimemente la facile armonia della natura, i caratteri e le passioni degli uomini, e, quello che è lo sforzo maggiore della fantasia, la stessa inalterabile tranquillità degli Dei. Ma che accade più insistere sull'esempio della Grecia, se, in tutte l'età e in tutte le nazioni ch'ebbero una volta la gloria d'esser visitate dal Genio delle Belle Arti, corsero innanzi, quasi a preparargli la via, lo studio ed il bongusto delle lettere, vale a dire la conoscenza e 1'osservazione de' grandi esemplari in genere d'eloquenza e di poesia ? e se, così tosto e dovunque venne a mancar questa luce, decadde immediatamente anche la grandezza e la gloria delle altre arti ? Cacciato dalle armi straniere, fugge dalla Grecia il pacifico Genio delle arti, e si ricovera in Egitto, alla superba corte de' Tolomei, dove Teocrito e Callimaco stanno preparando il bongusto che l'ha da proteggere. Vi fioriscono già e vi gareggiano mirabilmente le Belle Arti; ma ecco che ben presto i poeti, sedotti dalla erudizione di quella corte e di que' bibliotecarii, abbandonano l'espressione della natura per correr dietro alle sentenze ed alle scientifiche allusioni; lasciano il vero per la novità, e cadono, come d'un precipizio nell'altro, dall'aridezza nella puerilità, dalla puerilità nella bizzaria, e da questa in una ridicolosa stravaganza. Smarrito il bongusto che eseguisce, si smarrisce quello che giudica; e la corte affascinata, dimenticando le grazie di Teocrito, applaude alla saccenteria di Nicandro, ed alle mostruosità d'Apollonio e di Licofrone. Questa generale depravazione della poesia contamina immediatamente le altre sorelle; e le Arti della Grecia, che erano corse in Egitto a procacciarsi un asilo, v'incontrano in poco tempo la loro rovina. Né altrimenti che nell'Egitto avvenne in Roma. La avevano, egli è vero, e Marcello e Fulvio Flacco e Lucio Quinzio e Scipione e Caio Verre e molti altri popolata delle statue maravigliose de' vinti e depredati Greci; ma ciò che importa ? Non prima che Cicerone ed Orazio e Virgilio e Pollione mostrassero col loro buongusto il pregio e la sublimità de' greci esemplari; non prima che costoro insegnassero, col loro esempio, co' loro precetti e colla lor direzione, come i grandi ingegni imitar debbano i grandi originali; non prima che Mecenate avesse introdotto nella corte d'Augusto, per mezzo della conversazione di tanti uomini illustri, quel senso squisito e delicato in materia di Belle Lettere che vi giunse a così alto segno; non prima di tutto ciò poté Roma vantarsi d'aver nulla prodotto, che paragonar si potesse colle opere della Grecia, in genere d'edificii e di statue. Ma appena, sotto a Tiberio, a Caligona, a Claudio, cominciano a decadere le Belle Lettere, a corrompersi l'eloquenza, a tacere la gioconda e placida filosofia de' tempi di Cicerone e d'Orazio, e infinite sette di filosofi disputatori ad assordar gli uomini e le statue di Roma, ecco che l'architettura e la scultura contraggono i vizii della corrotta eloquenza; e, mentre questa concettosa ed ampollosa si gonfia, quelle, dal canto loro, giganteggiano in ismisurati colossi; quasi che, come altri disse, si creda di compensar con una mostruosa grandezza la maestà e la forza che più non sanno dar gli scarpelli. Indarno, con lo scendere dell'Imperio, vani uomini grandi, benemeriti della repubblica insieme e delle Belle Arti, i quali si erano, come a nuoto, salvati dal comune naufragio del bongusto, tentarono di farle rifiorire in Italia. Tutti gli sforzi di vani imperadori, e lo zelo e lo studio e le immense spese e i lunghi pellegrinaggi e i grandi edificii, d'Adriano massimamente, non valsero a nulla; imperocché, essendo generale la corruttela del bongusto nelle lettere, e pressoché in tutti i precettori ricercata, oscura e piena di baie e di sofismi l'eloquenza, e negligentati i grandi scrittori de' buoni tempi della Grecia e di Roma, mal poteva la gioventù nelle scuole de’prezzolati maestri assuefare a' buoni fonti quel gusto del Vero e del Grande, che doveva poi servirle di guida nell'esercizio di tutte le arti. Crolla e cade l'Imperio d'Occidente, e sotto alle rovine di esso rimangon sepolte e le lettere e le arti. Chi sa quando il bel Genio di queste potrà di nuovo risorgere! Allora il vedremo risorgere quando lo sguardo degl'ingegnosi Italiani, rifuggendo dalle barbare moli de' Goti e de' Longobardi, andrà a cercar l'imitazione della bella natura nelle grandi opere dell'antichità. Ma quando fia che a ciò pensino gl'Italiani ? Allora ci penseranno, che poeti e prosatori insigni saranno sorti anche fra noi; che lo studio delle Belle Lettere sarà divenuto comune in Italia; che nelle corti pacifiche e delicate de' principi italiani si gusteranno gli eccellenti esemplari dell'eloquenza e della poesia greca e latina; che finalmente, per mezzo de' grandi modelli, sarà conosciuta la bella imitazione della natura. Così avvenne di fatti. Dante, Petrarca, Boccaccio, i greci umanisti, rifugiatisi da Costantinopoli in Italia, svegliarono lo studio dell'una e dell'altra lingua e fecero conoscere i grandi scrittori dell'antichità. L'Italia si scosse; nauseò le disputazioni delle scuole e la plebea narrazione delle cronache; s'innamorò de' grandi poeti, de' grandi oratori, de' grandi storici greci e romani. Fu riconosciuto il Bello. Rinacque il bongusto, si diffuse per le corti, fu introdotto dalla protezione de' grandi nelle officine degli artisti. Questi aprirono gli occhi, conobbero la bella natura, videro i pregi dell'antichità, corsero a disseppellirla, s'infiammarono d'entusiasmo, e in un momento i Leonardi, i Tiziani, i Correggi, i Michelagnoli, i Rafaelli, i Bramanti, i Palladii, e mille altri eccellentissimi uomini non pure agguagliarono gli antichi miracoli delle Belle Arti, ma in parte li sorpassarono. Né soltanto lo studio della Bella Letteratura, divenuto comune in Italia, suscitò il genio di quelli uomini grandi; ma formò il gusto eziandio, che sentir doveva tutte le delicatezze delle arti loro, e il giudizio, che condur li doveva nel retto cammino; e fecondò l'immaginazione medesima, che doveva poi essere una fonte perenne di bellezze e di maraviglie. I precetti de' grandi antichi maestrí, i colpi più forti, più patetici, più dipintìvi della favola e della storia, la convenienza delle fisonomie, la verità de' caratteri, il costume de' tempi, de’' luoghi, delle condizioni, e mille altre cose finalmente, che sevono alla perfezione delle loro arti, tutte le appresero dallo studio delle Belle Lettere, delle quali la maggior parte di essi furono intendentissimi. Si aggiunse al bongusto degli eccellenti artefici anche quello de' lor protettori, i quali, come dotti che essi erano, anzi che infamare le sacre arti coll‘assoggettarle, per oro, all'ignorante capriccio, contribuirono colle lor cognizioni a perfezionarle ed a nobilitarle. Si aggiunse che, sentendo questi illustri Mecenati, e per le buone lettere avute per la squisitezza del gusto loro, la preziosità e l’eccellenza dell’ingegno, che distingueva quelli uomini grandi dal resto della natura, gli ebbero in altissima venerazione e la dimostrarono loro. Si aggiunse, per fine, che i più chiari scrittori di que' tempi si gloriarono di stringere amicizia con gli eccellenti artefici, gl'illuminarono colla dottrina, gli assistettero de' loro consigli, gl'incoraggirono coll'autorità, li solleticarono colla pubblica lode; dalle quali cose tutte fu animato lo zelo, e permesso al Genio delle Belle Arti quell’intestino impeto e quella libertà, che, elevandolo nella sua carriera oltre l'opinione ed oltre la potenza, il conduce gloriosamente al sublime. Abbastanza mi pare d'aver detto fin qui, per dimostrare che gli eccellenti esemplari dell'eloquenza e della poesia, ben conosciuti e gustati nello studio delle Belle Lettere, servono anche mirabilmente a risvegliare il genio ed a promuovere a mantenere il bongusto nelle altre arti. Posso io adunque sperare che, mentre, per eseguire i doveri del mio instituto, chiamerò la gioventù milanese allo studio de' grandi originali, e mostrerò i principii e i dettami del bongusto, avvezzandola e ammaestrandola a ben sentire, a ben giudicare, a ben condursi nelle opere di lettere, verrò nel medesimo tempo a giovare all'architettura, alla scultura, alla pittura ed a quante altre Arti dilettano per mezzo de' sensi il nostro spirito e vengono sotto al titolo di Belle. Ma fra quali confini si chiuderanno le mie Instituzioni di Belle Lettere, su quali materie verseranno singolarmente, con quale ordine saranno distribuite ?...
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